La rinascita del Califfato

Di Riccardo Nissotti

L’8 giugno 632 a Medina muore Maometto e i suoi fedelissimi nominano Abu Bakr khalifa (successore) del profeta. Dopo due anni di califfato Abu Bakr muore e gli succedono Omar, Othman e Alì, cugino di Maometto. Sotto questi primi quattro califfi si assiste all’espansione degli arabi nell’attuale Siria e Iraq. Morto Alì, sale al potere la famiglia degli Omayyadi. Con loro i confini del califfato arrivano a includere tutto il Nord-Africa e la Spagna ad occidente, mentre a oriente giungono alle rive dell’Indo. La capitale del califfato è spostata a Damasco. La famiglia Omayyade perde il controllo del potere nel 750, quando gli Abbasidi glielo sottraggono. Costoro sono discendenti della famiglia di Maometto e portano la capitale del califfato a Baghdad. Governano fino al 1258, quando l’invasione mongola pone fine al loro dominio. Il califfato sopravvive in Egitto, ad opera di un membro della famiglia Abbaside fuggito da Baghdad. In tutti questi anni il califfato si consolida come unica guida del mondo islamico, dal punto di vista sia spirituale che politico. Quando nel 1520 il sultano ottomano conquista il Cairo, il califfato sostanzialmente decade.

Una decadenza che dura fino al 1878, quando la carica di califfo viene “rilanciata” dagli ottomani del sultano Abdul Hamid II, che sconfitti dai russi perdono i Balcani e subiscono un’accelerazione nel processo di decadimento che imperversava nell’Impero ormai da secoli. La mossa ha quindi valenza tutta politica: il califfato viene restaurato dal sultano che cerca di compattare intorno alla comune fede musulmana tutti gli abitanti del suo impero.

Con la nascita della Turchia moderna sulle ceneri dell’Impero ottomano, istituzione che non sopravvive alla prima guerra mondiale, il nuovo leader Mustafà Kemal, soprannominato “Ataturk”, ossia padre dei turchi, presidente modernizzatore e laicissimo, depone nel 1924 l’ultimo califfo.

Nel giugno del 2014 un uomo conosciuto ai servizi segreti americani proclama rinato il califfato, dopo che i suoi miliziani hanno conquistato territori a cavallo della Siria e dell’Iraq. Il suo nome è Abu Bakr al-Baghdadi. Quest’uomo ha saputo far rinascere il sogno delle passate glorie agli arabi, ha saputo cementare il sentimento anti-occidentale dei musulmani della zona, ha saputo sfruttare una situazione socio-politica favorevole per creare una nuova entità statuale, lo Stato islamico. Si può preferire chiamarlo Isis, o Isil, ma la sostanza non cambia: ci troviamo di fronte a una nuova realtà, nata dalla popolazione, che ha saputo abbattere frontiere, conquistare terreno, appropriarsi di ingenti risorse finanziarie e proclamare la jihad, la guerra santa contro gli infedeli.

Ma come è riuscito a fare tutto questo? Quali le circostanze che glielo hanno permesso? Su quali leve si è dovuto poggiare? Per rispondere a questi interrogativi sarà utile ripercorre gli avvenimenti storici intercorsi tra la caduta del califfato del 1924 e i giorni nostri.

In seguito alla caduta dell’Impero ottomano, nascono diverse entità statuali, alcune indipendenti come la Turchia, altre sotto i mandati delle potenze europee vincitrici nel primo conflitto mondiale. La Gran Bretagna prende il controllo della Palestina, della Giordania, e dell’Iraq, la Francia della Siria e del Libano. Quelle che prima erano province di un grande impero, ora sono ridotte al rango di territori occupati da potenze straniere.

Tale situazione di occupazione perdurerà fino a dopo la seconda guerra mondiale. Durante gli anni ’50 del Novecento il Nord-Africa si solleva contro l’imperialismo occidentale. La fondazione di Israele, stato ebraico che sottrae agli arabi spazio e che sembra essere emanazione dell’occidente stesso, non fa altro che esacerbare i già tesi rapporti col mondo occidentale. Il nazionalismo arabo si scaglia con violenza contro Israele, contro gli eserciti europei che ancora hanno stanza in Nord-Africa (Tunisia, Libia, Marocco e soprattutto Algeria) e contro i regimi corrotti al soldo degli occidentali (Egitto).

Ma questo nazionalismo arabo, movimento che trova guida nel carismatico nuovo leader egiziano Nasser, è un movimento laico. Gli ordinamenti dei neonati stati-nazione non concedono ampi spazi di espressione ai movimenti musulmani, che dovranno sottomettersi o scegliere la via della clandestinità.

Sono anni in cui il mondo sta conoscendo la polarizzazione tra Urss e Usa e la scelta di schierarsi dalla parte sovietica sembrerebbe ovvia per gli stati mediorientali. Però per gli Stati Uniti e per l’occidente tutto sono anche anni di impetuosa crescita economica. Questa crescita comporta la necessità di doversi approvvigionare di materie prime, in primis petrolio, di cui il Medio Oriente è ricchissimo. Dagli anni ’50 gli Usa diventano il miglior cliente degli stati del Golfo Persico. L’interesse americano di potersi rifornire di oro nero porterà gli Usa a cercare di “stabilizzare” un’area dall’importanza vitale per la propria economia. Da qua il sostegno a Israele, caposaldo filo-occidentale nell’area e ai regimi che si istaurano nella zona, sperando che i dollari americani possano comprare la pace e la sicurezza di quei paesi.

Le certezze americane vengono scosse quando in Iran, nel 1979, una rivoluzione di matrice integralista islamica pone termine al corrotto regno dello scià, che era stato beneficiario degli aiuti americani. Alla presa del potere da parte dell’ayatollah Khomeini fa seguito la proclamazione di odio verso l’occidente capitalista, che ha reso possibile l’autoritario governo dello scià. L’Iran è un paese sciita, una corrente di islam considerata deviata dalla maggioranza del mondo musulmano, che è invece sunnita.

Nella guerra che scoppia nel 1980 tra Iran e Iraq, gli Usa non avranno problemi ad appoggiare l’autoritario governo del dittatore iracheno Saddam Hussein. Ma quando nel 1991 sarà proprio l’Iraq a mettere a repentaglio la sicurezza dell’area invadendo il Kuwait, gli Usa non esiteranno a intervenire. È la prima guerra del golfo, che si conclude con una rapida vittoria statunitense, ma non con l’allontanamento di Saddam dal potere.

Durante tutti gli anni ’90 il sostegno americano ai regimi nazionalisti arabi (che reprimono il dissenso interno, tra cui le correnti islamiste) e a Israele non viene a mancare.

Come un fulmine a ciel sereno l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 fa prendere coscienza all’occidente dell’odio che stava maturando contro esso in seno al mondo islamico. Da quel giorno che ha cambiato la storia gli Usa si sono proposti paladini nella guerra al terrore, una guerra condotta senza quartiere contro tutti coloro che hanno intenzione di mettere a repentaglio la pace globale. Da questa affermazione di principio nascono i conflitti afghano e iracheno. Il secondo si conclude con la cacciata di Saddam e con la sua successiva cattura ed esecuzione. In più di dieci anni di occupazione militare del paese gli americani accumulano contro di sé una carica di odio e rancore che travalica i confini dell’Iraq e forse dell’intera comunità islamica. Quando i marines si ritirano lasciano il paese in mano al governo fantoccio di Nuri al-Maliki, inviso capo di governo sciita di un paese a grande maggioranza sunnita. Questa caratteristica di essere un autoritario presidente sciita a capo di una nazione a maggioranza sunnita è una caratteristica non unica nel panorama del Medio Oriente: al-Maliki la condivide infatti con Bashar al-Assad, capo di stato siriano.

Quando, in seguito alle proteste della cosiddetta primavera araba, la Siria precipita in uno stato di guerra civile fra governo e popolazione (governo sciita e popolazione sunnita), l’Iraq è contagiato. Abu Bakr al-Baghdadi si propone come leader della comunità sunnita oppressa da due governi sciiti sostenuti dagli occidentali. Per attirarsi le simpatie (e le risorse) di tutta la comunità islamica, quale mezzo migliore per muovere la sentitissima religiosità musulmana se non toccarla col sogno di universalità del califfato?

Il califfato delle origini era una reggenza che basava il suo potere sull’unità religiosa dei suoi seguaci, per i quali questa era unica fonte di potere a cui riferirsi. Sembra improbabile che tutti i guerriglieri che ora stanno lasciando le loro case per andare a combattere gli infedeli in nome dell’islam possano essere a conoscenza di una storia così lunga e complessa. Resta il fatto che, sapendo o non sapendo la storia del califfato, stanno rendendo possibile la sua realizzazione. Peraltro anche l’occidente non può ritenersi esente da colpe, essendo stata la politica mediorientale influenzata da decenni di condizionamenti americani ed europei. I dollari usati per gli aiuti e per comprare il petrolio, sono visti dai musulmani come soldi con cui gli Stati Uniti hanno corrotto e alterato la loro politica.

Come può reagire l’occidente davanti alla barbara avanzata dell’Isis? Si potrebbero armare i suoi oppositori curdi, ma ciò non sarebbe ben visto dalla Turchia, che li considera terroristi. Ci si potrebbe alleare con l’Iran, ma si rischierebbe di perdere il legame con gli stati sunniti del Golfo, che odiano il potente vicino sciita. Si potrebbe entrare direttamente in guerra ma sarebbe ipotizzabile un’altra lunga e infruttuosa occupazione militare che costerebbe agli alleati soldi e uomini.

Difficile sapere cosa ha in serbo il futuro, ma solo una cosa pare certa: per un lungo periodo ancora, così come già nel passato, un destino travagliato attende il Medioriente.

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