Johnny on the road

Di Paolo Andrico

Florida, 1976. Frampton comes alive! suona a tutto volume e senza sosta nella camera in subbuglio. Il tredicenne Johnny è steso sul letto, fumando a occhi chiusi: rock e sigarette, il suo mantra. Improvvisamente entra nella stanza suo fratello Danny, infuriato: non ne può più di tutta quella musica adolescenziale. “Senti qua, tu sei meglio di quella roba. Non devi ascoltare schifezze solo perché lo fanno gli altri!” e si avvicina al giradischi con in mano uno dei suoi vinili. “Oh stronzo! Mettilo su…sentiamo!” dice Johnny, inferocito come solo gli adolescenti sanno essere. BOOM. Uno squarcio nel cielo. Una musica fatta non più soltanto di chitarre distorte e batterie; una musica che gli ricorda gli anni passati da piccolo col nonno ad ascoltare gospel in chiesa, là dove era nata la sua feroce passione per la musica. Ed ecco apparire, vorticoso come una discesa sulle montagne russe, un universo nuovo e alla portata di mano. Bob Dylan, Mozart, Brahms, e molti altri grandi artisti: non più solo rock band per teenager, ma la musica con la “m” maiuscola, un tesoro da scoprire, nascosto fra i consunti dischi del fratello maggiore. Il giovane ne rimane completamente folgorato, e dal quel momento non potrà più farne a meno. Diventa una specie di “tossicodipendente, una spina nel fianco del fratello”, come lui stesso ammetterà. Il rock, certo, rimane la sua passione, ma quel primordiale sentimento muta in qualcosa di più di una semplice passione istintiva: da quel momento, quello per la musica diventa un amore più profondo, come quando si incontra la donna della vita, bellissima, dopo anni passati tra le sguattere del bar.

Non si tratta, però, soltanto di musica e dischi. Danny possiede, tra le altre cose, anche un vecchio libro, consumato e macchiato: On the road, di Jack Kerouac. BOOM. Un secondo tuono folgorante. A questo punto Johnny capisce che la sua vita non sarebbe stata più la scuola – che per la verità non gli era mai veramente piaciuta – bensì la strada. La strada polverosa americana, che può inghiottirti e sollevarti, ucciderti e purificarti, ma che in ogni caso ti rimane addosso, impigliata con i suoi infiniti granelli, e non te la togli più. D’altronde Johnny ha sangue Indios, è un figlio della terra. Sua nonna materna, Minnie, era una nativa americana cherokee, una donna di indubbia sensibilità, e lui quel sentimento di appartenenza alla tribù indiana lo sentirà vivo dentro di sé, nelle vene, per tutta la vita. Infatti, proprio per manifestare quel forte senso di appartenenza, a quindici anni decide di tatuarsi sul braccio la testa di un capo tribù indiano. La libertà diventa una questione di sangue e sopravvivenza, definitiva e imprescindibile.

“Avevo trovato gli insegnanti, la colonna sonora e le giuste motivazioni per la mia vita”. Per Johnny la strada e la musica diventano una vera e propria droga, quella stessa droga che in quegli anni aveva coinvolto tantissimi giovani, e che non risparmiò nemmeno lui. “Ho iniziato a fumare a dodici anni, ho perso la verginità a tredici e a quattordici avevo già provato ogni tipo di droga. Non dico di essere stato un cattivo ragazzo, ero soltanto curioso”. Un ragazzo ferocemente curioso. E libero. “Non ricordo affatto quello che sognavo di fare quando ero piccolo. Di certo so che, come tutti i bambini, desideravo libertà, volevo poter essere irriverente”.

E così, a sedici anni, decide di andarsene di casa. In quegli anni la sua famiglia aveva cambiato abitazione, in Florida, più di venti volte, anche prima della separazione dei suoi genitori. “La mia era una specie di famiglia di zingari e la mia casa, il mondo”. Ma è ormai giunto il tempo di buttarsi nella strada, quella vera, portando con sé soltanto una borsa, il libro di Kerouac, e una vecchia chitarra. Già, la chitarra. Sua madre gliene aveva regalata una da 25 dollari quando aveva dodici anni, e per Johnny quello fu il primo Vero Amore, la sua compagna inseparabile. “Ricordo che quando uscivamo tutte le ragazze lo guardavano, ma allora era completamente concentrato sulla chitarra” dirà un suo amico dell’epoca.

Nel 1980 Johnny è il chitarrista di una band locale, i “The Kids”, che in tre anni si crea un discreto seguito nella Florida del sud. Si esibiscono in bar e spiagge, e arrivano ad aprire anche alcuni concerti di nomi importanti, come quello del suo idolo Iggy Pop; ma la musica non sarà la sua strada, sebbene lui si definirà sempre come un musicista.

In quegli anni, esattamente nel 1983, dopo essersi spostato con la band in California cercando fortuna, e dopo aver sposato (divorziando dopo soli tre anni) la truccatrice della band, Lori Ann, Johnny si ritrova a dover fare i conti con la dura realtà Hollywoodiana. In rosso a causa delle bollette, decide di abbandonare il gruppo per dedicarsi ad alcuni lavori. Si trova, tra le molte altre cose, a fare il venditore telefonico. “Quel lavoro fu il mio primo tirocinio da attore. Fare quelle telefonate con la gente che ti attaccava in faccia era interessante perché per la noia inventavo vari personaggi, dicevo nomi diversi, facevo varie voci, cose del genere, alla fine era divertente”. Ma quella vita era destinata a finire presto: dietro l’angolo lo aspetta la svolta decisiva della sua strada.

Nel 1984, in un bar californiano, Johnny conosce un altro ragazzo, amico di Lori, anche lui capellone e amante del rock: un certo Nicolas Cage. Egli, sorseggiando whisky, gli dà un consiglio tanto duro quanto profetico: “Con la musica non combinerai nulla, senti me: fai l’attore”, e lo mette in contatto con la sua agente. Johnny accetta la proposta al volo, ma semplicemente, come se fosse uno dei tanti altri lavori che aveva fatto per accattare su qualche dollaro in quel periodo. Ma la storia, questa volta, sarà ben diversa. Si iscrive ad un provino che si sarebbe svolto di lì a pochi giorni. Il film è Nightmare e il regista Wes Craven. La figlia di Craven, durante l’audizione, rimane completamente folgorata da Johnny: convince così il padre a sceglierlo. Probabilmente non sarebbe servito quel consiglio, perché il ragazzo aveva, oltre che un bel viso, una luce dentro, abbagliante. “Fu eccitante” dirà Johnny “Rimasi scioccato dal regista e dalla responsabile del casting per aver dato una possibilità ad un ragazzo inesperto. Non sapevo nulla di luci, di dove mettermi, di telecamere o di come muovermi”. Certe persone, però, non hanno bisogno di esperienza: hanno una vocazione, un talento naturale che li guida come acrobati su un filo, e che al posto di farli precipitare nel baratro li solleva tra gli angeli. E Johnny è un angelo maledetto. È un cowboy americano di sangue indios, figlio della terra e della strada, con un talento pazzesco per la recitazione, per essere se stesso e originale allo stesso tempo. Certo, in quegli anni Johnny era ancora acerbo, avrebbe dovuto affinare la tecnica e l’istinto. Ma era già lui, era già Johnny Depp, il pirata romantico che scardinerà le regole del cinema, con la sua solita e unica prerogativa: essere e sentirsi libero. Libero on the road.

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