Amundsen e Scott: la conquista del Polo Sud

Di Fabio Figiaconi

Baia delle Balene, Polo Sud, 14 gennaio 1911.

La nave Fram, battente bandiera norvegese, getta l’ancora a ridosso della costa ghiacciata.

Al suo interno, 100 cani, molte slitte, un’ingente scorta di provviste, attrezzatura scientifica, materiale per esplorazioni e un piccolo equipaggio, tra cui spicca il comandante, Roald Amundsen.

Una volta sbarcati, gli uomini si danno subito da fare per costruire sulla costa a ridosso della nave un accampamento che servirà loro da campo-base per i mesi che dovranno trascorrere su quella terra di neve e di ghiaccio.

Nelle settimane seguenti, oltre a migliorare ulteriormente il loro piccolo insediamento, chiamato Framheim, i membri della spedizione si dedicano a procacciarsi delle provviste fresche, nello specifico, 200 foche cacciate sulla costa antartica.

Durante le noiose attività di routine, il tempo sembra non passare mai, sensazione, questa, amplificata anche dal luogo dove si trovano, che sembra immergere gli uomini in una fredda coltre ovattata.

Alle prime ore del mattino del 3 febbraio, però, ecco un evento inaspettato.

Dalle nebbie della Baia delle Balene emerge, infatti, una nave inglese, la Terra Nova, con a capo un ufficiale della Marina di Sua Maestà Britannica, Robert Falcon Scott.

Il motivo che l’ha spinto ad avventurarsi in questa landa ai confini del mondo è lo stesso di Amundsen, vale a dire la volontà di essere il primo uomo a raggiungere il Polo Sud geografico, il punto più meridionale della Terra.

Questo non è il primo tentativo del capitano inglese, che già nel 1902 aveva tentato, insieme a due compagni, di raggiungere il Polo con delle slitte trainate da cani e da pony, tentativo fallito a causa dell’approssimazione organizzativa della missione.

Ad ogni modo, siamo nel 1911, nel pieno della Belle Époque e del dominio inglese del mondo, in un periodo in cui le buone maniere contano ancora qualcosa.

Perciò, Amundsen invita alcuni membri dell’equipaggio di Scott a cena sulla sua nave e, il giorno dopo, Scott ricambia il favore.

Nonostante i rapporti cordiali tra i due comandanti, però, appare subito chiara una cosa: a uno solo toccherà la gloria dell’impresa, mentre all’altro resterà solo il titolo di secondo arrivato, che a quei tempi è peggio di una sconfitta.

Dopo essersi salutati amichevolmente, quindi, i due esploratori si gettano a capofitto nei preparativi logistici delle rispettive spedizioni, da completarsi tassativamente prima del 21 aprile, data di inizio dell’inverno antartico e dei suoi lunghi giorni dove il sole non sorge mai.

I piani architettati dal norvegese e dall’inglese per raggiungere il Polo Sud differiscono, e non di poco: il primo ha infatti deciso di organizzare, nei mesi precedenti alla partenza verso il cuore del continente, una serie di piccoli depositi di cibo e attrezzi collocati lungo la strada che avrebbe dovuto percorrere, in modo tale da poter viaggiare, almeno nella parte iniziale del tragitto, con meno peso sulle slitte.

Come mezzo supplementare per muoversi sul terreno, Amundsen ha scelto di portare con sé i lunghissimi sci tipici della Norvegia, perfetti per muoversi su grandi agglomerati di neve fresca e ghiaccio.

Il mezzo di trasporto vero e proprio, però, è un modello di slitta a propulsione animale in uso tra gli Inuit, spinta da cani di razza Groenlandese appositamente selezionati.

Il piano di marcia è abbastanza semplice: un percorso in slitta da compiersi costeggiando i depositi precedentemente costruiti e, una volta lasciato alle spalle l’ultimo, una rapida avanzata verso il cuore dell’Antartide, con la sopravvivenza basata sulle provviste di carne di foca e, soprattutto, sull’uccisione dei cani più deboli, vera e propria riserva di cibo ambulante per Amundsen e i suoi compagni.

Dall’altra parte, invece, Scott ha avuto idee differenti: memore degli errori della sua spedizione passata, ha deciso di puntare molto su delle slitte motorizzate di ultima generazione, che secondo il suo piano gli daranno l’agilità necessaria per muoversi sul ghiaccio rapidamente, affiancate da un ristretto numero di slitte a trazione canina e, ancora una volta, da pony della Mongolia.

Anche lui, come Amundsen, ha poi deciso di organizzare dei depositi di cibo e attrezzature, ma non in maniera così capillare come il norvegese, perché convinto di avere abbastanza capacità di carico sulle slitte per portarsi dietro il necessario e facendo grande affidamento sulla rapidità ed efficienza dei mezzi motorizzati per garantire il rifornimento.

Il campo base che ha scelto si chiama Hut Point ed è lo stesso della sua prima missione, ma ha il difetto di essere collocato circa 160 chilometri più lontano dal Polo rispetto al campo del rivale.

Ad ogni modo a fine aprile, come previsto, arriva il cupo inverno polare, con la sua assenza di luce e temperature che arrivano a toccare (e talvolta superare) i cinquanta gradi sotto zero, il tutto condito da raffiche turbinose del gelido vento antartico e fitte tempeste di neve.

Nei due campi-base, però, i comandanti non hanno tempo di concentrarsi troppo sul clima, avendo altri pensieri per la testa.

Il primo è tenere impegnati gli uomini nei preparativi della spedizione, conservandone alto il morale per tutti i lunghi mesi di inattività forzata che li aspettano, ma fortunatamente il lavoro non manca.

Ci sono infatti continuamente slitte da riparare, campioni scientifici da raccogliere, analisi da fare e materiale da collaudare, per essere pronti al meglio non appena arriveranno i primi pallidi raggi di sole, e con essi la tanto attesa primavera.

Ed è proprio l’arrivo della bella stagione il secondo pensiero di Scott e di Amundsen, perché con essa si scatenerà inevitabilmente la corsa verso il Polo, dove ogni errore di calcolo, anche minimo, può essere fatale.

L’inverno passa veloce e, al primo raggio di luce, è Amundsen a scattare in testa, decidendo di partire l’8 settembre, approfittando di un temporaneo innalzamento delle temperature.

Dopo pochi giorni, però, un improvviso crollo della colonnina di mercurio lo costringe a tornare indietro.

Il 19 ottobre, con 52 cani, 4 slitte e 4 uomini insieme a lui, l’esploratore norvegese parte, questa volta sul serio, in direzione Polo Sud, fermamente intenzionato a raggiungerlo prima del rivale.

Dopo circa un mese di avanzata tra i ghiacci, e lasciatisi dietro i sicuri depositi di cibo, i cinque incontrano la prima vera difficoltà, vale a dire la catena dei monti Transantartici, di altezza variabile tra i 2500 e i 4500 metri, che blocca loro il cammino.

Amundsen però aveva previsto uno scenario simile e, pur tra mille difficoltà, in quattro giorni riesce a superare il grosso ostacolo, arrivando finalmente nell’ampia pianura di un bianco abbagliante che conduce dritta dritta alla meta.

Con un ultimo sforzo, il piccolo gruppo si mette in marcia e, il 13 dicembre, si accampa sul permafrost, a una sola giornata di marcia dal Polo Sud.

L’eccitazione nel campo è alle stelle, ma anche la preoccupazione: c’è il concreto pericolo che il capitano inglese e i suoi uomini, in virtù della loro maggiore esperienza e dei mezzi tecnologici superiori, siano già arrivati sul posto e abbiano già piantato il loro vessillo, rendendo vani i loro sforzi e condannandoli a un secondo posto che sa di sconfitta.

La mattina dopo la colonna si incammina e, con ancora quei pensieri in testa, marcia silenziosa nella neve fino a quando, nel primo pomeriggio, gli strumenti dicono che il Polo è raggiunto.

A quel punto, gli uomini e soprattutto Amundsen si guardano intorno, intimoriti di vedere spuntare tra i ghiacci la temuta Union Jack ma… tutto  intorno vedono solo un bianco abbagliante, fino all’orizzonte e anche oltre.

Ce l’hanno fatta.

Da quando l’Australopiteco ha fatto la sua comparsa circa 2,4 milioni di anni fa, loro cinque sono i primi esseri umani ad aver raggiunto il punto più meridionale della Terra, i primi a guardare l’Universo a testa in giù.

La gioia di Amundsen, in pieno stile norvegese, è piuttosto contenuta.

Nel suo diario annota:  “Ecco qui finalmente il Polo Sud, un’enorme distesa piatta dove non si vede una sola irregolarità. Il sole gira attorno all’orizzonte praticamente sempre alla stessa altezza e splende e scalda da un cielo senza nuvole. Questa sera l’aria è ferma e tutt’attorno a noi c’è un pace suprema”.

Dopo aver festeggiato l’impresa, gli uomini di Amundsen si dedicano a marcare inequivocabilmente il loro successo, piantando la bandiera con la Croce di Norvegia ed erigendo una tenda esattamente al Polo, all’interno della quale lasciano delle lettere per Scott e, in pieno spirito cavalleresco di chi ha vinto ma non vuole abusare della vittoria, anche delle provviste per lui e i suoi uomini.

Già, ma dov’è Robert Scott?

La sua spedizione, nel mentre che i norvegesi stanno tornando verso il loro campo-base sulla costa, è ancora in alto mare, avendo incontrato numerose difficoltà fin dalla partenza, avvenuta il 24 ottobre.

I principali problemi con i quali gli uomini di Scott devono fare i conti sono il rifornimento di viveri, il guasto delle motoslitte sulle quali il capitano inglese aveva fatto affidamento e la morte di numerosi animali da traino al seguito della missione, con in più ulteriori problemi logistici e di comunicazione.

Nonostante queste avversità, però, la missione, composta da cinque uomini, riesce a raggiungere lo stesso il Polo Sud il 17 gennaio 1912.

Una volta arrivati sul posto, però, la delusione è grande: sul manto innevato sventola già la rossa bandiera di Norvegia, segno inequivocabile di sconfitta.

Ciononostante, Scott decide lo stesso di innalzare il vessillo britannico, pur essendo profondamente amareggiato per il fallimento, o, meglio, per il fatale ritardo della sua spedizione.

A questo punto, però, i problemi del capitano inglese cominciano ad essere ben altri: sta infatti per arrivare la fine della breve stagione mite antartica, con il conseguente arrivo della brutta stagione e di un drammatico peggioramento delle temperature e del clima.

In più, cominciano a scarseggiare i viveri, dato che il tempo trascorso per raggiungere il Sud è stato maggiore del previsto.

Con tale preoccupazione in mente, Scott e il suo gruppo cominciano la marcia di ritorno verso Hut Point ma, come in un incubo, le loro maggiori preoccupazioni diventano realtà: le temperature arrivano a superare abbondantemente i 55 gradi sotto zero, con in più di contorno tempeste di neve e raffiche di vento che soffiano a 180 km/h.

Il grande inverno è infine arrivato.

Lentamente, gli uomini cominciano a morire di stenti: il primo ad andarsene è Lawrence Oates che, ferito a un piede e rendendosi conto di essere un peso per i suoi compagni, una notte esce di nascosto dalla tenda lasciando un biglietto di congedo con queste eroiche (e celebri) parole: “Vado fuori a fare un giro, potrebbe volerci un poco”.

Il suo sacrificio tuttavia non serve a salvare gli altri suoi compagni, che se ne vanno uno a uno.

Uno degli ultimi a morire è Robert Scott, che sul diario della spedizione ha lasciato vergato a eterna memoria un commovente addio: “Fuori dalla tenda imperversa la tempesta. Non credo possiamo sperare in un miglioramento della situazione. Combatteremo fino all’ultimo, ma ovviamente siamo sempre più deboli e la fine non può essere lontana. È un peccato, ma non penso di poter scrivere di più. Per l’amor di Dio, prendetevi cura delle nostre famiglie”.

I corpi di Scott e del suo equipaggio, insieme al diario e ai documenti della spedizione su cui si basa questo articolo, vengono ritrovati nella loro tenda il 12 novembre dello stesso anno, a soli quindici chilometri da uno dei depositi che avevano costruito, e sono seppelliti sul posto, all’interno della stessa tenda che gli aveva dato l’ultimo riparo, dentro la stessa neve sulla quale avevano camminato per l’ultima volta e sotto le stesse stelle che li avevano guidati lungo il loro ultimo cammino.

L’impressione alla notizia della morte di Scott è grande: sovrani, ministri ed eminenti personalità di tutto il mondo inviano in Inghilterra messaggi di cordoglio, e anche lo stesso Amundsen è profondamente scosso, non avendo certamente voluto che la loro sfida, combattuta sempre in modo corretto e leale, si concludesse in questo modo.

Oggi, a più di un secolo di distanza dalle gloriose imprese dei due esploratori, non si può fare altro che ammirare la tenacia, il coraggio, la resistenza e l’umanità dei loro protagonisti, le cui avventure costituiscono uno dei più tragici capitoli, e anche l’ultimo, della stagione delle grandi esplorazioni umane, iniziata con Cristoforo Colombo.

Per concludere al meglio questo articolo, che riassume in poche pagine quanto è stato più ampiamente trattato in vari libri, non c’è niente di più adatto che ricordare che oggi, esattamente al Polo Sud, è stata edificata una base internazionale di ricerca scientifica significativamente chiamata Amundsen-Scott, che accomuna così le imprese di questi due grandi eroi e mette la parola fine a una sfida combattuta tra due uomini d’altri tempi, rivali ma accomunati dal sogno di esplorare l’Antartide, ultimo continente da scoprire, e di conquistare per sempre il suo cuore di ghiaccio.

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