Gli ultimi guardiani del Waddensee

Di Giovanni Marabese

Barbara e Jan Rodenburg-Geertsema raccolgono ostriche selvatiche in un sito Unesco in Olanda. Fanno questo per vivere, insieme ad altri pescatori della zona. Espongono a Slow Fish, l’evento che ogni due anni riunisce pescatori tradizionali di tutto il mondo al porto antico di Genova, per espandere le loro conoscenze; e hanno un progetto in corso di sviluppo.

Barbara e Jan stanno aprendo decine di ostriche a una velocità che sfiora il secondo; le offrono e vendono a passanti e ai turisti più golosi. Genova è piena di curiosi mangiatori di ostriche che assaltano banchetti stracolmi di ogni tipo di alimento. Sono entrambi molto impegnati nel loro lavoro, ma Barbara è disponibile a parlare, sebbene non voglia allontanarsi dal continuo aprire e pulire.

Jan e Barbara sono la coppia della pesca in Olanda: fanno parte di un gruppo di pescatori del “Waddensee” (il cui significato più vicino alla nostra lingua è “spiaggia morta”), una striscia di mare paludoso e sabbioso lunga 300 Km, che si estende fino alla Danimarca. È un luogo dove le maree contano non poco, con lunghe isole sabbiose che fanno capolino tra le acque basse. E a queste acque danno la vita, ogni giorno.

Le ostriche selvatiche del Waddensee fanno parte dei “Presidi” (la certificazione di Slow Food che protegge le piccole realtà produttive in pericolo): questo fa si che la loro passione sia tutelata. Ma questo non significa che non abbiano ulteriori problemi.
Siamo diventati un presidio Slow Food perché ci dà una visibilità internazionale e ci aiuta a raccontare la nostra storia; mi dice Barbara. Siamo pescatori in un sito Unesco e molte persone credono che non si debba pescare in una zona protetta, ma è sbagliato: la pesca fa parte di questo luogo e della sua rigenerazione, quindi rinunciare a pescare sarebbe una rovina per le specie animali.
Barbara mi spiega che le ostriche sono “infestanti” e troppo dure perché gli uccelli possano spaccarne l’involucro e mangiarne l’interno. La loro raccolta favorisce la crescita delle cozze autoctone, che posseggono un guscio più leggero che permette agli uccelli marini di nutrirsi e rimanere in quella zona. Siamo consapevoli dell’importanza di lasciare questo luogo almeno nello stesso modo in cui l’abbiamo ereditato. È un modo di vedere le cose: facciamo parte di un ecosistema nel quale tutti dipendiamo da tutti. Molti siti sono stati chiusi, ma noi continuiamo a pescare e a mantenerli in vita.

I pescatori professionisti di questa zona non sono molti; in 300 Km di costa ce ne saranno 25, quindi praticamente non ce ne sono;  aggiunge Barbara. Qui la pesca meccanica è proibita: raccogliamo tutto a mano e siamo pochi per farlo, quindi riusciamo a prendere molte meno ostriche di quanto riescano a riprodursi. Ne raccogliamo 15000/20000 all’anno, più quelle che ci servono per eventi come questi; non sono molte, ma ci aiutano a sopravvivere.

Jan si avvicina e chiede qualcosa a Barbara. Jan è un uomo alto, slanciato, con una lunga coda castano scura. Spesso lo si vede in giro per il porto a curiosare o fumarsi una sigaretta nei pochi momenti in cui può riposarsi dai flussi intermittenti di persone. Barbara è la classica donna nordica, bionda con occhi azzurri. Entrambi hanno volti molto particolari, segnati dal duro lavoro, forse anche dal vento e dalla salsedine; se non sapessi che sono sposati, direi che sono fratelli.
Chiedo, sempre a Barbara, se il surriscaldamento globale ha causato problemi nella zona: Abbiamo avuto diversi problemi negli ultimi anni. Nel mare di Wadden non ci sono tantissimi pesci, perché le acque stanno superando i 30 gradi durante l’estate; è molto calda, ma per fortuna le ostriche vivono bene anche a queste temperature. Gli altri pescatori invece hanno problemi; non è comunque un bene che l’acqua si riscaldi in questo modo.

Ogni due anni, i pescatori del Waddensee, vengono in Italia per Slow Fish a Genova e Terra Madre a Torino.  La prima volta a Terra Madre è stata nel 2006: non eravamo ancora un Presidio, ma iniziavamo a capire l’importanza di eventi come questi. Non è che venendo qui ci ricavi soldi, diciamo che otteniamo un piccolo extra che ci permette di andare avanti. La cosa importante è lo scambio: veniamo qui a Slow Fish perché possiamo dialogare con pescatori e produttori da tutto il mondo, ascoltare e raccontare storie, sentire idee e trasmettere come noi facciamo il nostro lavoro. Questo è fondamentale: solo grazie al network riusciamo a evolverci e a sviluppare nuove idee. Noi la chiamiamo la nostra “terapia annuale”.

Barbara ride e mi racconta del loro nuovo progetto, sviluppato grazie proprio allo scambio di idee all’interno del network: Siamo molto ispirati dai colleghi degli Stati Uniti. Grazie anche alle loro idee stiamo raccogliendo fondi per costruire un laboratorio di filettaggio per tutti i pescatori della zona. Ci mancano solo 1200 Euro da raccogliere in quattro giorni con il crowdfunding; sarebbe un’occasione per sviluppare la nostra produzione. Sono molto eccitata e positiva, so che ce la faremo. Senza il dialogo e lo scambio non avremmo mai potuto sviluppare questa idea e so che anche i nostri amici pescatori ci daranno una mano portare a termine questo progetto.

Jan Rodenburg Geertsema e le sue ostriche del Waddensee
Jan Rodenburg Geertsema e le sue ostriche del Waddensee

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