Moby Dick e la profezia del quadro

Di Paolo Andrico

Call me Ishmael.

Chiamatemi Ismaele. Siamo di fronte a quello che è probabilmente il più celebre incipit di tutta la storia della letteratura e molti di voi non avranno faticato a indovinare a quale libro appartiene. Stiamo parlando del capolavoro di Herman Melville, Moby Dick or The Whale, pubblicato per la prima volta in America il 18 ottobre 1851.

Tralasciando i valori indiscussi di quello che è il romanzo americano per eccellenza, vorremmo ora soffermarci su un piccolo episodio presente nel libro, che a molti sarà probabilmente sfuggito, come una piccola goccia nell’infinito oceano melvilliano, popolato da esseri sovrannaturali e uomini impavidi. Ma il diavolo, come spesso accade, si annida nei dettagli, e in un libro come Moby Dick nulla sembra avvenire per caso. Il Destino, che guida la vita degli uomini, non può che aver già tracciato il suo percorso. E a farne le spese, nel romanzo, sarà proprio la ciurma del Pequod, che il capitano Achab ha deciso di condurre fino alla fine del mondo, nell’Abisso più profondo, alla folle ricerca di uno spettro bianco. L’episodio cui ci riferiamo si trova però ben prima dell’apocalittica fine del libro, cioè nel terzo capitolo, intitolato The Spouter-Inn, “Lo sfiatatoio”, oppure, secondo la celebre traduzione di Cesare Pavese, La Locanda del baleniere.

Come detto, siamo davvero all’inizio della storia: Ismaele, dopo aver deciso di abbandonare la monotona vita cittadina di Manhattan, si reca nella marittima New Bedford, per imbarcarsi e andare a visitare “la parte acquea del mondo”. Appena giunto, va alla ricerca di un luogo nel quale poter trascorrere la notte; il giorno successivo, infatti, sarebbe andato a caccia di una nave baleniera pronta a salpare. Dopo vari tentativi, il giovane s’imbatte in una locanda che sembra finalmente adatta alle sue esigenze. Questa locanda si chiama, appunto, The Spouter-Inn.

Appena entrato, prima ancora di chiedere informazioni all’oste, Ismaele rimane colpito dalla singolarità di quel luogo.

Entrando in quell’incappucciata Locanda del baleniere ci si trovava in un vestibolo largo, basso e tutto storto, rivestito di antichi pannelli di legno che ricordavano le murate di qualche vecchio legno cassato dai ruoli.

Ma c’è qualcosa che attira subito l’attenzione di Ismaele, come un magico e oscuro incantesimo:

Da un lato era appeso un gran quadro a olio talmente affumicato e sfigurato in tanti modi, che a guardarlo in quella luce debole, proveniente da più parti, forse si poteva arrivare a capirne il senso soltanto con un esame accurato, una serie di sistematiche ispezioni, e un’inchiesta laboriosa in quei paraggi. Masse così incomprensibili di ombre e di buio fitto, che dapprima veniva quasi da pensare che qualche pittore giovane e ambizioso, al tempo delle streghe del New England, avesse tentato di rappresentare il Caos.

È un quadro vecchio, rovinato, il suo contenuto all’apparenza incomprensibile, ma Ismaele non riesce a staccargli gli occhi di dosso. C’è qualcosa di oscuro e magico che lo tiene legato a quel dipinto. Prosegue nell’analisi.

[…] ciò che lasciava più perplessi e confusi era la lunga, agile, portentosa massa nerastra di qualcosa che si librava al centro del quadro, sopra tre vaghe linee azzurre perpendicolari che ondeggiavano in mezzo a un fermento indefinibile. Un quadro davvero melmoso, fradicio, serpigno, da fare perdere la testa a un nevrastenico. Eppure, in esso, c’era una specie di sublimità indefinita, semiraggiunta, inverosimile, che senz’altro vi ci incollava l’occhio, finché senza volerlo uno giurava su se stesso di scoprire il significato di quella pittura stupefacente.

Il quadro è allo stesso tempo oscuro e sublime, ma quale sarà il suo segreto? Ismaele deve scoprirlo a tutti i costi, ormai ne è legato indissolubilmente.

Di tanto in tanto un’idea brillante ma ahimè ingannevole vi saettava per la mente: “È una tempesta notturna nel Mar Nero. No, è la lotta mostruosa dei quattro elementi primordiali. O una brughiera devastata. Un inverno artico. È lo spezzarsi dei ghiacci nella fiumana del Tempo”. Ma alla fine tutte queste fantasie erano sconfitte da quel non so che di misterioso in mezzo al quadro. Una volta spiegato quello, tutto il resto sarebbe stato chiaro.

Eh già, perché c’è qualcosa di ancora più oscuro e misterioso al centro del quadro. Debolmente le figure iniziano a delinearsi di fronte a Ismaele, come se venissero progressivamente messe a fuoco. E proprio in mezzo al dipinto c’è una massa scura, indefinita, che sembra librarsi a mezz’aria. Una sorta di essere demoniaco che fissa con lo sguardo Ismael, sogghignando.

Un momento! Non somiglia vagamente a un pesce gigantesco? Allo stesso grande Leviatano?

Ecco l’intuizione, ecco la Verità. Quell’enorme massa nera non è altro che una feroce balena.

Il quadro rappresenta un legno australe in un grande uragano: la nave mezzo affondata va sbattendo con solo visibili i tre alberi smantellati, e una balena infuriata, che voleva saltare netto il bastimento, è ripresa nell’atto smisurato di impalarsi sulle tre teste d’albero.

La fine di tutto. L’uragano, gli alberi spezzati, una gigantesca balena che s’impenna tanto da oscurare il cielo, pronta a ricadere e a distruggere definitivamente l’imbarcazione. Questo vede rappresentato Ismaele nel quadro. Ma siamo ancora all’inizio del viaggio, un viaggio lungo e tormentato, che lo condurrà ai confini estremi del mondo.

E io solo sono scampato, per potertelo raccontare.

Ismaele sarà l’unico superstite del Pequod, distrutto dalla forza ultraterrena di Moby Dick. Una balena bianca, lontana dalla macchia nera rappresentata nel quadro. O forse no. D’altronde la fine del Pequod e del suo equipaggio sarà la stessa della nave del dipinto. Ismaele, senza rendersene conto, fissando quel quadro, non ha fatto altro che gettare uno sguardo direttamente al futuro. Al suo destino e a quello di tutti i suoi compagni. Ma come detto siamo solo all’inizio del romanzo. Coraggio Ismaele, porta avanti il tuo compito, e raccontaci del viaggio più bello e dannato, alla ricerca della Verità e di una sfida forse troppo grande.

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