Uno Stato islamico oppure tanti Stati islamici? Le radici storiche dell’Isis

Di Fabio Figiaconi

I recenti attacchi avvenuti nel cuore di Bruxelles hanno prepotentemente portato ancora una volta sotto i riflettori della stampa il tema del terrorismo di matrice musulmana e, più nello specifico, l’organizzazione più importante che sta dietro di esso: lo Stato islamico.

La vera natura di questa strana istituzione è tuttora al centro di serrati dibattiti: è un’organizzazione terroristica internazionale? Gli attentati nelle capitali francese e belga e l’abbattimento dell’aereo russo nel Sinai porterebbero a credere a tale tesi.

È solo una delle tante fazioni di ribelli all’interno del teatro della guerra civile siriana? I sistematici attacchi condotti sia contro le truppe del presidente Bashar Al-Assad sia contro le altre milizie in campo (Free Syrian Army, fronte Al-Nusra, combattenti curdi e altri) farebbero pensare a una risposta affermativa.

Oppure è un vero e proprio Stato, come la sua stessa denominazione indurrebbe a credere?

Certamente, i vertici politici e militari dell’Isis abbracciano quest’ultima affermazione: lo Stato islamico è un vero e proprio Stato.

In tal senso si comprendono gli sforzi profusi per garantire i servizi base di ogni entità statuale che si rispetti: tribunali, forze di polizia, servizi sanitari, forniture di beni e servizi, uffici pubblici e addirittura il conio di una moneta, il dinaro.

L’Isis dunque concepisce se stesso come una vera e propria entità politica, l’unica, nella visione dei suoi sostenitori, ad avere legittimità di esistere all’interno del mondo islamico.

Ma come si è arrivati a tutto questo? E soprattutto, da dove bisogna partire per tentare di riallacciare i fili delle riflessioni del mondo musulmano su Islam e politica?

Un buon punto di inizio può essere, senza dubbio, la dichiarazione fatta pervenire alla stampa da Osama Bin Laden il 7 ottobre 2001, nella quale rivendicava con orgoglio l’attentato al World Trade Center e ne elencava le motivazioni.

Tra i vari paragrafi, una frase in particolare è molto interessante: “ciò che l’America sta assaggiando ora è solo una imitazione di ciò che noi abbiamo assaggiato. La nostra nazione islamica ha infatti provato tutto questo per più di ottant’anni di umiliazioni e disgrazie, ha visto i suoi figli uccisi, il loro sangue versato e le santità profanate”.

L’allora capo di Al-Qaeda dava quindi un punto di riferimento ben preciso dell’inizio delle sofferenze e delle umiliazioni della “nazione islamica”: ottant’anni, il che ci riporta più o meno al periodo dei cosiddetti accordi “Sykes-Picot (1916)”, stretti tra l’Impero britannico e la Francia.

Per capire di cosa si sta parlando, occorre fare un breve riassunto storico della situazione del periodo.

Siamo nel 1916, in piena prima guerra mondiale, nei territori della Mezzaluna fertile e della penisola arabica, allora sottoposti al dominio dell’Impero ottomano, il quale nel conflitto era alleato con i cosiddetti “imperi centrali” (Germania e Austria-Ungheria) contro Italia, Gran Bretagna e Francia.

Il duro dominio dei turchi, musulmani ma di etnia non araba, era sempre stato sopportato con disagio dagli abitanti delle provincie orientali, quasi totalmente di popolazione araba.

Gli inglesi e i francesi, consapevoli della situazione, presero contatto con lo sceriffo della Mecca Al-Husayn ibn-Ali, vale a dire il custode del luogo più sacro della religione islamica, per scatenare una rivolta dall’interno dell’Impero ottomano e costringere così i turchi a distogliere un consistente numero di truppe dagli altri fronti.

In cambio del sostegno alla rivolta, ad Al-Husayn fu offerta, a guerra finita, la costituzione di un vastissimo Stato indipendente da istituirsi sulle provincie sottratte agli ottomani, chiaramente con lui come sovrano, esteso dalle rive del Mediterraneo fino ai confini della Persia.

Forte dell’accordo (messo per iscritto in una serie di lettere scambiate tra lo stesso Al-Husayn e l’alto commissario britannico al Cairo Mac Mahon) lo sceriffo, aiutato in questo anche da suo figlio Faysal e dal talento militare del colonnello inglese Thomas E. Lawrence, passato alla storia con il nome di Lawrence d’Arabia, diede filo da torcere ai turchi, tormentandoli con continue azioni di guerriglia e con innumerevoli incursioni, riuscendo addirittura a entrare a Damasco prima delle truppe inglesi, città nella quale infine le truppe ottomane si arresero.

Gli arabi si erano perciò schierati dalla parte giusta, e il sogno di un loro Stato sembrava sul punto di realizzarsi.

Il problema, però, veniva dal fatto che, appena un mese prima degli accordi con Al-Husayn, gli inglesi avevano siglato con i francesi il sopracitato accordo segreto “Sykes-Picot” che, lungi dal prevedere come promesso uno Stato per gli arabi, stabiliva invece a guerra finita una spartizione dei territori tra Impero inglese (a cui sarebbero toccate Palestina, Transgiordania, Mesopotamia) e Francia (che avrebbe preso la Siria e il Libano), cosa che poi puntualmente avvenne, addirittura con l’avvallo della Società delle Nazioni (l’antenata dell’Onu, più o meno), che li concesse alle due nazioni europee mediante un “mandato di tutela”.

Inutile dire che tutto il mondo islamico fu scioccato e profondamente scosso dall’avvicendarsi degli eventi, perché il sogno di un grande Stato arabo-musulmano era stato spezzato dall’ennesima sopraffazione colonialista Occidentale.

È proprio da qui perciò, vale a dire delle mosse politiche coloniali e dagli interventi militari degli Stati europei nel mondo islamico, che bisogna partire per rintracciare le origini e la storia del moderno pensiero politico islamico.

Tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX, infatti, l’innegabile potenza economica e militare dell’Occidente, padrone incontrastato di quasi tutto il mondo, aveva affascinato un gruppo parecchio eterogeneo di pensatori islamici.

Desiderando quindi cercare di decrittare le cause recondite di tale forza, tali studiosi si misero ad analizzare le istituzioni politiche, scientifiche, organizzative e militari delle potenze coloniali europee, compiendo anche numerosi viaggi di studio in Europa.

Questa stagione culturale è passata alla storia come “modernismo islamico” e, se si vanno a leggere gli scritti di tali intellettuali, e li si confronta con alcune tendenze del pensiero islamico dei giorni nostri, non si può che rimanere sorpresi.

Prendendo per esempio le opere di Abd Al-Rahman Al-Kawakibi, studioso siriano morto ai primi del Novecento, vi si può vedere un continuo sforzo di conciliare e di integrare le istituzioni e le caratteristiche principali dello “Stato europeo” all’interno del sistema di valori islamico in generale, e arabo in particolare.

Le riflessioni dei “modernisti”, infatti, tenderanno a identificare quasi univocamente l’idea di “Stato islamico” con quella di “Stato arabo” (contrariamente a quanto faranno i pensatori religiosi islamici successivi) in quanto secondo loro nessun altro popolo era più degno di rappresentare lo spirito autentico dell’Islam.

Alcuni di questi studiosi giunsero ad auspicare addirittura un rinnovamento in senso moderno del diritto islamico (mediante una rivisitazione dei principi espressi dalla Shari’a), come nel caso del giusperito egiziano Muhammad Abdu, e l’instaurazione nei territori musulmani di un regime liberal-parlamentare all’europea, proposta avanzata da Jamal Al Din Al Afghani e da Ali Abd Al-Raziq.

Molte di queste idee erano probabilmente giunte loro anche a causa della frequentazione di alcune logge massoniche europee, a cui la stragrande maggioranza dei pensatori arabi di tendenza modernista erano iscritti.

Occorre ribadire, però, che tali idee di riforma in senso moderno non erano concepite per accantonare l’Islam e sostituirlo in toto con valori di spiccata origine occidentale, quanto piuttosto puntavano, come già detto più sopra, a integrare i valori e le idee politiche europee in un quadro che voleva mantenere l’Islam al primo posto.

Ad ogni modo, però, se consideriamo l’arretratezza tecnologica e il relativo immobilismo culturale conservatore del mondo islamico di allora, siamo di fronte a un movimento riformatore dalle idee potenti e innovative.

Purtroppo, però, le considerazioni politiche e sociali dei modernisti non videro mai un’applicazione pratica, sia perché formulate da un movimento di élite, con scarso o nullo seguito all’interno delle masse musulmane, sia soprattutto perché, in seguito all’attuazione dell’accordo Sykes-Picot, venne meno il sogno di un grande Stato arabo-islamico indipendente e quindi mancò di fatto un “laboratorio politico” dove mettere in pratica le nuove idee di riforma.

Il primo grande tentativo arabo-islamico di elaborare un discorso politico riguardante un modello di Stato con profonde radici musulmane, ma con istituzioni ricalcate su quelle europee, si era dunque concluso con un nulla di fatto.

Per assistere a una seconda grande stagione di elaborazione intellettuale riguardo il concetto di “Stato” si dovrà aspettare fino alla fine della seconda guerra mondiale, quando, contestualmente alla ritirata territoriale (ma non di influenza) delle Potenze europee dalla Mezzaluna fertile prese sempre più piede tra gli studiosi, tra le grandi masse e soprattutto tra i leader politici dei neonati Stati mediorientali (Egitto, Siria, Transgiordania, Iraq, Palestina, Libano) la teoria politica chiamata “Panarabista”.

Come già il movimento dei pensatori arabi “modernisti”, l’ideologia panarabista affondava le sue radici negli anni a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento e si sviluppò nei territori arabi soggetti agli Ottomani, in forte opposizione rispetto a loro.

L’idea principale del movimento panarabista era che tutti i popoli di origine araba facessero parte una grande comunità politica, accomunata da lingua, tradizioni, patrimonio culturale, usi e costumi, dove l’Islam fosse solo una delle molteplici componenti in comune.

Non è un caso, infatti, che il pensatore considerato all’origine dell’ideologia politica panarabista sia stato un libanese di religione cristiano-maronita, Negib Azoury, che nei primissimi anni del Novecento diede alle stampe il libro che di fatto è il primo manifesto di tale movimento: “Il risveglio della nazione araba all’interno dell’Asia turca”.

Da un’idea di Stato islamica, sia pure con forti integrazioni di idee moderne, si passa quindi a una concezione di Stato di derivazione per lo più occidentale e laica, molto simile all’idea di Stato-nazione che aveva caratterizzato tutti i movimenti indipendentisti europei del XIX secolo (Grecia, Italia, Germania).

A cavallo tra gli anni trenta e la fine della seconda guerra mondiale, quindi, contestualmente alla ritirata progressiva di Francia e Gran Bretagna dai loro protettorati nel Vicino Oriente si formarono dei veri e propri Stati: Iraq (1932), Libano (1943), Siria (1946), Giordania (1946), e Stato arabo di Palestina (1948), a cui si deve aggiungere l’Egitto, che era formalmente indipendente dal 1922 (seppur con forti ingerenze inglesi negli affari interni, specialmente per quanto riguardava il canale di Suez).

Una volta ottenuta l’indipendenza, i principali rappresentanti politici di tali Paesi si diedero subito da fare per rendere concreti i grandi ideali panarabi: già a partire dai mesi immediatamente successivi alla fine del secondo conflitto mondiale essi (con l’aggiunta dell’Arabia Saudita) diedero vita alla Lega araba, un’organizzazione che aveva come scopo quello di coordinare le politiche interne ed esterne dei vari firmatari, di mettere in piedi un sistema di mutua protezione in caso di aggressione di uno Stato esterno e di rafforzare i legami culturali e istituzionali già esistenti.

Il culmine della popolarità dell’ideologia panaraba si ebbe poi con il colpo di Stato in Egitto del 1952, messo in atto dal movimento dei “liberi ufficiali”, capitanati da Gamal Abdel Nasser.

Militare di forti convinzioni repubblicane, socialiste, nazionaliste e panarabe e soprattutto laiche, una volta ottenuta la carica presidenziale egiziana Nasser si diede a politiche improntate a recuperare la “dignità perduta” dei popoli arabi e a restaurare la “giustizia sociale”; in questo senso va vista, per esempio, la sua mossa di nazionalizzare il canale di Suez nel 1956, togliendolo al controllo della compagnia anglo-francese che lo aveva in concessione.

Mosse come questa portarono la popolarità di Nasser e gli ideali del panarabismo alle stelle in tutto il Vicino Oriente; le masse arabe, da lungo tempo frustrate dalla perpetua miseria e mancanza di sviluppo che perduravano nonostante l’indipendenza ottenuta, da loro imputate alle continue ingerenze occidentali, vedevano nel nasserismo e nella sua forte connotazione panaraba una possibile soluzione che avrebbe permesso loro autonomia, sviluppo e giustizia.

Addirittura, sempre prendendo spunto dall’ideologia panarabista, si ebbero alcuni tentativi di concreta unificazione tra Stati arabi, come ad esempio l’effimera unione tra lo stesso Egitto e la Siria durata dal 1958 al 1961, significativamente chiamata “Repubblica Araba Unita”.

Purtroppo, però, alla lunga gli ideali propugnati da Nasser e dai diversi esponenti dei vari movimenti politici panarabisti degli Stati del Vicino Oriente non si mostrarono all’altezza delle promesse fatte; la condizione di miseria che caratterizzava buona parte delle popolazioni arabe, nonostante i proclami, era rimasta tale, se non addirittura peggiorata.

In più, per quanto riguarda la questione della restaurazione della “dignità”, ci fu il gravissimo tracollo, avvenuto nel 1967, delle forze congiunte siro-giordano-egiziane contro l’esercito israeliano durante la “Guerra dei sei giorni”, che costituì un vero e proprio spartiacque ideologico all’interno del mondo arabo-musulmano.

La sconfitta della maggior parte delle forze arabe coalizzate da parte di quello che veniva considerato un corpus estraneo nell’area, vale a dire lo Stato di Israele, fu vissuto infatti come una vera e propria catastrofe nei Paesi arabi e portò, sia pur gradualmente, a un abbandono dei grandi ideali panarabisti di ispirazione laica e progressista (c’è da dire che gli ideali socialisti continuarono a essere portati avanti in Siria e Iraq dal partito laico Baahtista, sia pure in mezzo a proteste sempre crescenti e a costanti tentativi di rivolte).

A questo punto, a partire dagli anni Settanta, visto il sostanziale fallimento delle politiche panarabiste di derivazione laica, nel mondo musulmano in generale e arabo in particolare si cercò di comprendere le cause di tale insuccesso.

L’indice venne puntato contro l’intrusione di idee tipiche del mondo occidentale (laicismo, socialismo) all’interno del mondo musulmano, con conseguente abbandono degli autentici valori islamici, gli unici che avrebbero assicurato, se applicati, un futuro di giustizia e prosperità.

Il principale movimento politico-religioso portatore di tale visione all’interno del mondo islamico era quello dei “Fratelli musulmani”, fondato al Cairo nel 1928 dal pensatore egiziano Hasan Al-Banna.

L’ideologia politica dei Fratelli musulmani era connotata da un rifiuto totale delle influenze di derivazione europea all’interno della società musulmana, da rimpiazzare con i valori autentici dell’Islam (secondo loro accantonati nel corso dei secoli) e, nello specifico, con un ritorno alla Shari’a come unica e sola fonte a cui ispirarsi per plasmare le istituzioni statuali; una frase che ben sintetizza questa visione è derivata da uno dei più celebri slogan dei Fratelli musulmani: “il Corano è la nostra costituzione”.

In aggiunta a ciò, poi, il principale ideologo della Fratellanza dopo Al-Banna, Sayyid Qutb, elaborò la teoria politico-religiosa secondo la quale un presidente di uno Stato a maggioranza islamica è legittimato a governare solo quando esegue il volere di Allah; in caso contrario, egli agli occhi dei “veri fedeli” non è nient’altro che un usurpatore e un miscredente, da sostituire il prima possibile.

Essendo sostenitrice di una tale ideologia, non stupisce che la Fratellanza musulmana sia stata messa fuorilegge e duramente perseguitata da Nasser, portatore, come si è visto, di una visione politica totalmente differente.

Con la Fratellanza musulmana ci si trova quindi davanti a quello che potrebbe essere considerato come l’embrione dell’ideologia politica di un autentico “Stato islamico”; tuttavia, sussiste una fondamentale differenza rispetto all’Isis: il modus operandi dei Fratelli musulmani esclude, nella stragrande maggioranza dei casi, l’uso della violenza come mezzo di affermazione dei propri ideali, preferendo a essa una conquista del potere sia a partire dal basso, con l’organizzazione di reti composte da moschee, centri assistenziali e scuole, concepite per guadagnare il sostegno degli strati più poveri della popolazione, sia puntando in alto, con la creazione di partiti politici veri e propri, come nel caso del movimento Libertà e Giustizia egiziano, vincitore delle elezioni presidenziali del 2013, ma scalzato dal potere e messo fuori legge da un colpo di Stato militare condotto dai vertici delle forze armate egiziane appena un anno dopo.

Alla luce di quanto detto sopra, è però innegabile che la riflessione politica sullo Stato islamico condotta dai Fratelli musulmani ha costituito il punto di partenza per i movimenti fondamentalisti successivi, perlomeno all’interno della galassia sunnita (il Sunnismo è la corrente maggioritaria all’interno del mondo islamico, con circa l’85-90% dei fedeli).

È però all’interno del mondo dell’Islam Sciita (corrente considerata eretica dalla stragrande maggioranza dei musulmani) che si è assistito alla formazione del primo Stato che portasse all’interno del proprio nome l’aggettivo “islamico”: la Repubblica islamica dell’Iran.

Nel 1979, in seguito a vastissimi movimenti di protesta contro la crisi economica e il cattivo governo dello Scià Muhammad Reza (l’autocrate sovrano di ispirazione laica sostenuto dagli Stati Uniti), che portarono alla sua fuga all’estero, tornò in Iran dal suo lungo esilio Ruhollah Khomeini, affermato studioso del Corano, il quale in breve tempo riuscì ad affermarsi come suprema guida della Rivoluzione e a dettare perciò le regole istituzionali alla base del nuovo Stato.

Secondo Khomeini, il principio cardine a cui tutta l’architettura statale doveva piegarsi era quello del cosiddetto “governo del giurista”, vale a dire l’idea che alla base del nuovo Stato dovesse esserci la legge divina, così come si trovava scritta all’interno del Corano; a vigilare sulla corretta applicazione di essa doveva esserci una Guida suprema religiosa ed esperta di diritto islamico, in grado di esprimere l’ultima parola su ogni provvedimento di una certa importanza deciso dagli altri organismi politici.

Oltre a ciò, specialmente nel primo decennio della Repubblica islamica, furono istituiti squadroni denominati “basij”, con funzioni di polizia religiosa, con l’incarico di individuare e punire comportamenti contrari ai principi islamici.

Accanto a tale ingombrante potere religioso esistevano (e tuttora esistono), però, diverse assemblee elette in maniera democratica e a suffragio universale, come ad esempio il Parlamento e l’Assemblea degli Esperti, così come in mano popolare è anche la nomina del Presidente; altra cosa estremamente importante da sottolineare è la tolleranza religiosa dell’Iran sciita, che ospita nel suo territorio diverse minoranze religiose (cristiane e zoroastriane su tutte) ed etniche, alle quali è riservato il 10% dei seggi del parlamento.

La Repubblica islamica iraniana non è certamente quindi una nazione che si possa definire liberale, ma neanche uno Stato totalitario nel senso stretto del termine e, fatto ancora più importante ai fini di questa analisi, non è nemmeno il modello di Stato islamico a cui si ispira l’Isis.

Lo Stato islamico guidato da Al-Baghdadi, infatti, è un movimento appartenente all’area dell’Islam sunnita, che certamente non può prendere a modello l’Iran, il più importante Stato sciita al mondo, oltretutto di popolazione non araba; inoltre, alcune delle peculiarità proprie della Repubblica islamica iraniana, come elezioni sulla carta democratiche (nonostante la costante presenza di brogli elettorali), il voto alle donne e la tolleranza delle minoranze religiose ed etniche non appartengono alla sfera di valori propri del pensiero politico dell’Isis.

Ma allora, da dove viene l’ideologia dello Stato islamico attuale?

Per capirlo, occorre attraversare il Golfo persico (o arabico, questione di punti di vista) e arrivare in Arabia Saudita, Stato dove sono ubicate le città sante islamiche di Mecca e Medina, nonché culla della corrente di pensiero, appartenente all’Islam sunnita, denominata “Wahhabista”.

La dottrina prende il nome da Mohammed Ibn Abd-Al Wahhab, predicatore e studioso musulmano vissuto nella penisola Arabica nel XVIII secolo.

Nel corso dei suoi studi coranici, egli si fece via via più convinto che l’Islam del suo tempo fosse una versione corrotta e degenerata di quello originario, che aveva vissuto il suo momento d’oro al tempo del soggiorno del Profeta Maometto a Medina.

Per riportare la purezza nel mondo musulmano, quindi, occorreva ritornare integralmente alle norme e ai valori che vigevano durante i primissimi anni dell’Islam.

Da questa visione discendevano alcuni corollari, il più importante dei quali era un ritorno a una lettura letterale del Corano, senza nessuna possibile interpretazione (da cui derivava che tutti gli altri musulmani che non si rifacevano a questa visione erano da considerare eretici), oltre che a considerare il Libro Sacro come unica e sola fonte di diritto e a modellare ogni comportamento e norma sociale sulle norme in esso contenute.

Al Wahhab trovò un alleato nel campo politico in Muhammad Ibn Saud, emiro di una piccola oasi dell’Arabia centrale, che sposò in pieno la sua visione dell’Islam e contribuì alla sua diffusione in buona parte della penisola Arabica, che nei secoli successivi fu quasi integralmente conquistata militarmente dai suoi discendenti.

Il “patto” siglato tra Al Wahhab e Ibn Saud continua ancora ai giorni nostri; in Arabia Saudita, lo Stato messo in piedi dai discendenti di Muhammad Ibn Saud, la “costituzione”, emanata direttamente dal sovrano saudita come una “gentile concessione”, recita al primo articolo che “il Libro di Dio e la Sunna del Suo Profeta sono la costituzione del Paese”, per poi proseguire fino all’articolo 8, dove si dice che “la giustizia deve essere conforme alla Shari’a”.

Da questa visione integrale e totalizzante dell’Islam derivano i processi e le sentenze emesse dai tribunali sauditi che sono filtrate in Occidente, tra i quali in ordine di tempo si possono elencare i casi di Loujain al-Hathloul e Maysa al-Amoudi, due donne finite sotto processo per essere state fermate mentre guidavano una macchina (in Arabia Saudita dal 1990 è in vigore una legge che impedisce alle donne di guidare), del blogger Raif Badawi, condannato da un tribunale a 10 anni di prigione e a 1000 frustate per presunte offese all’Islam, e infine la decapitazione di 47 persone accusate di vari reati avvenuta a gennaio del 2016.

Il Gran Muftì saudita Abdul-Aziz Alal-Sheikh, la più alta autorità religiosa del Paese e massima espressione della corrente Wahhabita, ha ribadito la giustezza delle esecuzioni, perché secondo lui esse sono state condotte nel pieno rispetto della Shari’a.

Le analogie e le connessioni con il pensiero e le atrocità commesse dai militanti dell’Isis sono evidenti e profonde, tanto più che da lungo tempo si sospetta che importanti finanziatori sauditi sostengano e mandino aiuti ai vertici dello Stato islamico, che essi considerano a loro affine.

La quasi specularità tra il pensiero religioso saudita/wahhabita e quello di Isis è tale che lo scrittore e giornalista algerino Kamel Daoud ha definito l’Arabia Saudita come “un Isis che ce l’ha fatta”.

Tuttavia, le analogie tra Stato islamico e Arabia Saudita si fermano al piano ideologico, avendo essi due differenti strategie di espansione.

Lo Stato dei Saud, infatti, nel corso del tempo ha optato per una strategia di diffusione del wahhabismo per così dire “soft”, consistente nel finanziare in Asia, Africa ed Europa la costruzione di moschee e scuole coraniche dove piazzare imam fedeli alla visione dell’Islam radicale di matrice saudita, che avrebbero diffuso il “credo” attraverso la predicazione e l’insegnamento.

Lo Stato islamico, invece, fin dalla sua proclamazione nel giugno 2014 ha optato per una diffusione della sua ideologia “in punta di spada”, vale a dire mediante un’espansione territoriale continua, che i vertici dell’Isis tentano di portare avanti ancora oggi.

È in questo dettaglio che sta la differenza per così dire “politica” tra l’Arabia Saudita e l’Isis.

Quest’ultimo infatti, nel corso della sua campagna di conquista che sta conducendo dalla sua fondazione, guarda direttamente a un modello di Stato ben preciso: il primo Califfato islamico, fondato direttamente da Maometto, e soprattutto all’opera dei primi quattro Califfi (tutti appartenenti direttamente alla cerchia più intima di Maometto), che con le loro campagne militari condotte durante i primi 30 anni dopo la morte del Profeta (632) contribuirono a espandere la nuova fede islamica al di fuori dei confini della penisola Arabica, giungendo a occupare la grande maggioranza della Mezzaluna fertile, parte dell’Anatolia, la Persia, l’Egitto e la fascia costiera nordafricana fino all’attuale Tunisia.

Le fulminee conquiste dei quattro “Califfi ben guidati” (e in seguito quelle messe in atto dai loro successori, i Califfi Omayyadi) diedero una base territoriale solida dove espandere i dettami della nuova religione, in quella che ancora oggi è un’area a preponderante maggioranza islamica.

Le continue campagne offensive messe in atto dall’Isis contro quelli che considera i suoi nemici sono perciò da inquadrarsi in questa emulazione dell’opera del Califfato del VII secolo, di cui esso vuole far rivivere lo “spirito originario” e, nella sua visione, l’unico che possa essere definito autenticamente islamico.

Naturalmente, un’ideologia del genere non può che considerare come dannosa e nemica qualsiasi influenza del pensiero moderno in generale, e della civiltà occidentale in particolare, che tenti di entrare o che sia già presente all’interno del territorio dello Stato islamico.

È arrivati a questo punto che bisogna ricollegarsi con il proclama di Osama Bin Laden citato all’inizio, nel quale identificava indirettamente nell’accordo Sykes-Picot l’inizio di tutti i mali per il mondo musulmano e la prova della malvagità dell’Occidente.

Tra le altre cose, l’accordo tra inglesi e francesi prevedeva la divisione dell’area in zone di influenza, da mettere in atto mediante il disegno a tavolino di confini del tutto arbitrari, che di fatto finirono per dividere in territori differenti popolazioni affini per religione, lingua ed etnia o unire popolazioni profondamente diverse.

Se si prende una cartina del Vicino Oriente, ancora oggi si possono vedere confini tra Stati che sono di fatto delle linee rette, tracciate più di ottant’anni fa dagli strateghi delle due Potenze occidentali: tra Giordania e Siria, tra Israele e Giordania, tra Arabia Saudita e Iraq e, infine tra Siria e Iraq.

È proprio a ridosso di questo confine che è avvenuto una delle azioni di propaganda più efficaci e piene di significato messe in atto dall’Isis.

Nell’estate del 2014, infatti, i militanti dello Stato islamico rilasciarono un video dove si vedevano dei bulldozer al lavoro per smantellare la barriera di filo spinato che costituiva il confine tracciato dall’accordo Sykes-Picot tra i due Paesi.

La rimozione del confine era accompagnata da un messaggio di propaganda in cui, tra le altre cose si diceva: “oggi, cominciamo l’ultima fase da quando la comunità dei musulmani è stata divisa (…). I confini saranno cancellati dalla mappa e rimossi dai cuori (…). Il nostro obiettivo è il Califfato, noi faremo rivivere il Califfato”.

La distruzione di quel confine tracciato quasi un secolo fa dalle potenze coloniali occidentali all’interno di quello che l’Isis considera “territorio appartenente all’Islam” non è perciò solo un mero video di propaganda mirante a mostrare un successo ottenuto dai suoi militanti.

Esso costituisce piuttosto una vera e propria dichiarazione politica, indirizzata sia alla comunità dei fedeli musulmani sia alle Potenze “crociate” (Stati Uniti in particolare).

Il messaggio che lo Stato islamico vuole trasmettere è quindi chiaro: solo noi custodiamo gli autentici valori dell’Islam, solo noi siamo i diretti eredi del Califfato, solo noi vogliamo cancellare le umiliazioni inflitte dagli Occidentali per quasi un secolo ai fedeli musulmani, solo noi possiamo definirci autenticamente come lo “Stato islamico” a tutti gli effetti.

Se dunque gli Stati impegnati nella coalizione che sta combattendo lo Stato islamico continueranno a mettere in atto contro di esso un approccio di tipo esclusivamente militare, e non terranno in considerazione anche tutti questi aspetti storici e culturali che affondano le loro radici in un passato poi non così lontano, non riusciranno mai a eliminare quelle cause antiche e recondite che hanno portato, dopo quasi millecinquecento anni, alla rinascita del Califfato islamico.

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