Unione Europea, un’unione di Stati in uno stato di discordia?

Di Riccardo Nissotti

  

Nel 2012 il Premio Nobel per la pace veniva conferito all’Unione Europea. I 28 Stati che ne facevano parte erano infatti riusciti a mantenere la pace nel Vecchio Continente per più di sei decenni.

È curioso, però, che il premio sia arrivato proprio nel 2012, perché gli anni recenti hanno fatto registrare il più basso tasso di simpatia provato dai cittadini comunitari verso le istituzioni europee.

La crisi economica imperversava ormai da quattro anni e partiti sia a destra che a sinistra avevano cominciato a criticare la moneta unica. Da dieci anni gli europei avevano iniziato a fare i conti in euro. Conti salati. La moneta forte non facilita l’esportazioni di prodotti comunitari, specie da quando questi si sono trovati a fronteggiare la spietata concorrenza delle merci poco care di India e Cina.

Ma a ben vedere c’è anche altro: studiosi (Joschka Fischer, per citarne uno) parlano da ormai vent’anni di un “deficit democratico” insito nelle istituzioni europee. Per capire cosa sia bisogna avere presente come funzioni la macchina governativa europea. Brevemente: una proposta di legge deve essere per forza avanzata dalla Commissione, per poi essere approvata dal Consiglio dei Ministri e, solo per alcune questioni, dal Parlamento. La Commissione è composta da un delegato per ogni stato membro, mentre il Consiglio è composto di un ministro rappresentante di ogni nazione. Il Parlamento è composto da 751 deputati eletti dai cittadini. Complicato.

Alla Commissione spetta il cruciale compito di indirizzare la politica europea: solo da quell’organo possono venire le proposte di legge. Bene, questo importante organo, che segnerà la via da percorrere alla politica europea, non è eletto dai cittadini, come anche il Consiglio dei ministri (che però è composto da rappresentanti eletti negli stati d’origine). Unico organo scelto direttamente dagli elettori della Comunità è il Parlamento. Questo è chiamato a votare in materia di accordi internazionali, allargamento dei confini e ambiente, ma non sulla politica industriale, economica piuttosto che in tema di immigrazione. Certamente il Parlamento ha ampliato le proprie competenze: ora infatti approva il bilancio e deve dare voto di fiducia alla Commissione. Rimane però pur sempre un organo legislativo solo in merito ad alcune questioni.

L’organo che però è sicuramente il meno rappresentativo dei cittadini, dotato di amplissimi poteri in un ambito molto delicato, è la Banca Centrale Europea. La BCE detiene il monopolio della politica finanziaria dell’Unione. Essa decide se emettere moneta, quando farlo e a che prezzo. Il Consiglio Direttivo della Banca è formato da quattro membri, nominati dagli stati, e dai direttori delle rispettive banche centrali nazionali. Questo significa che l’unico organo comunitario in grado di definire una politica monetaria, non solo non è eletto, ma è anche composto da personale non necessariamente politico. I direttori delle banche centrali sono banchieri di professione. La BCE non è inoltre responsabile verso nessun corpo politico della Comunità per il suo operato, tantomeno verso i cittadini. Questa sua indipendenza dal potere politico sarebbe dovuta essere, nelle intenzioni dei suoi creatori, garanzia di una gestione obbiettiva, slegata dagli interessi particolaristici degli stati.

La BCE non è un istituto di credito, ma un organo deputato a decidere le politiche monetarie. Ha diritto di stampare moneta tramite le banche centrali nazionali, ma non di emettere titoli di debito pubblico (gli “eurobonds”, di cui si è ipotizzata la creazione senza ancora realizzarla).

Questo comporta che ogni stato conservi i propri debiti, senza che l’Unione si prenda l’onere dei loro pagamenti.

Per dovere di cronaca è anche giusto dire che le istituzioni europee hanno fornito aiuti agli stati in difficoltà. Per esempio alla Grecia sono stati forniti ad ora aiuti pari al 134% del suo PIL (a giugno 2015). Il che comunque, in assenza di una “europeizzazione del debito”, significa soltanto che certi paesi hanno pagato ed altri hanno avuto.

L’Unione nacque anche per tutelare i produttori agricoli comunitari dalla concorrenza straniera. Nel corso degli anni però la Comunità ha deciso di liberalizzare sempre più il proprio mercato, per via delle pressioni degli organismi internazionali e degli Usa. Gli americani erano infatti danneggiati dal non poter vendere le proprie merci a prezzo vantaggioso nei mercati europei, che erano protetti da alti dazi sulle importazioni di prodotti extracomunitari.

Gli Statunitensi, inoltre, hanno sempre esercitato una considerevole influenza negli affari del Vecchio Continente. Nel campo della politica estera, nonostante i tentativi, l’UE non è mai riuscita ad approntare una soluzione credibile e soprattutto comune, rimanendo sempre all’ombra degli alleati d’oltreoceano.

Quanto detto sopra, però, non significa che sia tutto da buttare. L’incremento della ricchezza degli stati membri è sintomo della potenza economica riacquistata dall’Europa. Paesi che mai trent’anni fa si sarebbero potuti aspettare sensazionali miglioramenti nel proprio benessere, ora si trovano al centro di un’enorme area commerciale. Difficile immaginare che metà Germania solo venticinque anni fa viveva sotto dittatura, come il resto dell’Est europeo.

Il nobel citato all’inizio testimonia il compimento di un’impresa. Niente e nessuno era mai riuscito a mantenere un così lungo periodo di pace tra le nazioni europee.

Certamente molto resta da compiere e bisognerà vedere se ci sarà la volontà degli stati dell’Unione di cedere prerogative che ad ora competono ai propri parlamenti.

Pensando però al quadro di desolazione lasciato dalla secondo dopoguerra e guardando ai progressi compiuti, non si può essere pessimisti.

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