L’Islanda e la caccia alle balene: per quanto ancora è sostenibile?

Di Giovanni Marabese

L’Islanda è considerato un paese “sviluppato”. È al 13esimo posto per Indice di sviluppo umano, dietro alla Svezia ma davanti al Regno Unito, ed è invece al 16esimo posto mondiale per PIL pro capite, dietro al Kuwait ma davanti alla tanto celebrata Germania.

Rientra quindi di diritto tra i paesi più benestanti, sviluppati e ricchi del mondo, senza tener conto che è seconda nella classifica dei paesi per felicità e settima in Europa per efficacia del sistema sanitario.

C’è però una critica da fare a queste classifiche, cioè che esse non tengono conto di diversi fattori, come per esempio le economie di scambio non monetarie (come il baratto) che sono un’importante fonte economica di molti paesi cosiddetti “poveri” o “del terzo/sud del mondo”. Tecniche, quelle del baratto, che sono utilizzate anche nei paesi “sviluppati”. Basti pensare, in maniera alquanto banale, ad alcuni contratti che vengono stipulati in Italia, dove ci si accorda per uno scambio di beni più che per un trasferimento di denaro. O basti pensare al Natale, periodo dell’anno in cui le persone sono spinte dall’atmosfera di solidarietà e si scambiano doni, che sono sì comprati in un sistema capitalistico, ma di scambio comunque si tratta.

In Islanda questo accade spesso, molto più che in Italia. La bassa densità di popolazione fa si che le persone si scambino beni, piuttosto che acquistarne di nuovi. Un pescatore “versa” nel conto di un falegname, di un idraulico o di un ristorante una quantità di pesce che gli verrà poi restituita con lavori ad hoc o con delle cene gratuite presso una cucina del luogo.
Sono poi numerosi gli spazi in cui si possono prelevare, senza alcun dispendio economico, oggetti di ogni grandezza che vengono abbandonati in container da qualcuno che non li considera più utili o che sono fuori posto in casa.
Scambio. Senza alcun ritorno economico (visibile).

Ritornando alle classifiche, e ricollegandosi con quanto detto poco sopra, appare perciò del tutto evidente che esse nella stragrande maggioranza dei casi riportino solo freddi numeri e statistiche, non tenendo conto della cosiddetta economia umana e degli usi e costumi tradizionali.

Cosa significa? Significa che spesso, ad esempio, esse non riportino le reazioni e il pensiero dei nativi o dei turisti relativo alle controversie di un determinato paese. Queste classifiche ci mostrano perciò il numero di turisti che si recano in un luogo, ma non il motivo di quella quantità o scarsità.

Perché in Afghanistan l’afflusso di visitatori è basso? Immaginabile. Ma perché l’afflusso di turisti in un paese come l’Islanda è aumentato del 20% per anno negli ultimi cinque? Moda? Bisogno di solitudine? Uno sviluppo di un nuovo esotismo nordico? Sono riflessioni che possono essere fatte soltanto indagando l’ambiente, la cultura, le persone e tutte le variabili più significative di questo luogo.

In questo testo verrà perciò articolata una riflessione principalmente legata all’economia connessa a uno degli animali più misteriosi e affascinanti del nostro pianeta, ossia la balena, dell’impatto che ha nella vita degli islandesi e di quanto ne condiziona il turismo. E il perché la caccia a quest’animale può essere considerata un attività da paese sottosviluppato.

  • Mangiare la balena: è davvero una tradizione islandese?

Non sono molti i paesi che si occupano di cacciare le balene nel mondo. Tra i più noti possiamo elencare i nomi di Giappone, Norvegia, Isole Far Øer e Islanda.

Negli ultimi anni, quando la questione ambientale si è fatta sempre più preponderante e importante nelle nostre vite, si sono moltiplicati gli appelli, le proteste e le battaglie nei confronti di tutte quelle attività che sono considerate non-sostenibili.

A questo riguardo è illuminante l’opinione di Mària Bjork Gunnarsdottir, responsabile del progetto “IceWhale”, un’associazione non-profit che si occupa di diffondere il senso di responsabilità nei confronti delle balene.

Maria, qual è la storia della caccia alle balene in Islanda?

La storia inizia nel sedicesimo secolo e si è evoluta in questo modo: i baschi arrivarono e cominciarono a cacciare le balene, a lavorarle e a trasportarne la carne e l’olio nei loro paesi. Gli islandesi non le cacciavano e mangiavano solo le balene spiaggiate. C’è un detto: balene che spiaggiano, le fortune ci guadagnano.

Poi arrivarono inglesi, tedeschi e norvegesi.
Noi abbiamo iniziato a cacciarle nel 1945, in una piccola comunità nei fiordi occidentali. Tutto ciò durò solo due anni a causa della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1948 si è costituita la prima compagnia di caccia alle balene, la Hvalur: cacciavano la balenottera azzurra, la balenottera comune (fin whale), i capodogli (sperm whales), la balena “sei”: prevalentemente le grandi balene.
Nel 1970 abbiamo cominciato la caccia alle balene Minke in una piccola comunità del nord e dell’ovest dell’Islanda.

Nel 1986 il commercio della balena si fermò per l’intervento dell’IWC (commissione internazionale per la caccia alle balene) con le “quota zero”. Si continuò pero a catturare la balenottera comune e la “sei” per scopi scientifici, fino al 1989. Poi l’Islanda obbedì ai trattati internazionali che ne vietavano la cattura.

 

Qual è la differenza tra cacciare un animale libero come la balena, e uccidere un animale dopo anni che resta in gabbia, come un maiale, ad esempio? L’agricoltura contamina il terreno, mentre la pesca delle balene non può essere così impattante, o no?

Sono due cose molto difficili da comparare.
Ovviamente le balene hanno una vita migliore rispetto altri animali. Ma il modo in cui vengono uccise non è umanamente ammissibile. Bisogna sparare con un arpione esplosivo, nel punto giusto per non farle soffrire. Ma la barca si muove, ed è difficile centrare il giusto punto quando il tempo è bello, immagina quando non lo è. Ci vogliono ore perché muoiano e vengono trascinate per tutto questo tempo.

Quali possono essere le conseguenze a lungo termine per la caccia alle balene?

Alcune balene che vengono cacciate non sono in pericolo di estinzione. Quindi è una questione di cacciarle in un modo giusto. Per la balenottera comune non si usa soltanto la carne, ma anche il resto della balena. La balena Minke, invece, viene processata in mare e viene usato solo il 20% dell’animale. Il resto, viene ributtato nell’oceano. Non è un bene per tutto il ciclo ecologico.

 

“I movimenti contro la caccia alle balene sono basati sulle emozioni”. Cosa pensi di questa affermazione?

Penso che tutto ciò che facciamo sia basato sulle emozioni. Ma quella delle emozioni è solamente una delle ragioni per cui lo facciamo. Mi fa fatica pensare al dolore che possano provare. Siamo membri della comunità internazionale e questo non è un bel biglietto da visita, bensì un’azione molto impopolare per noi.

 

L’Islanda ha avuto un qualche ruolo nella distruzione degli stock dell’antartico?

No. L’Islanda ovviamente caccia solo nelle acque islandesi. Non possiamo però dimenticare che gli stock nel nord del mondo sono molto stressati. Alcune specie sono meglio protette di altre. Noi avevamo la “North Atlantic Right Whale”, che si è estinta a causa dei balenieri che cacciavano attorno all’Islanda.

 

Il “guardare” può rimpiazzare il “cacciare” secondo te? L’industra del “whale whatching” incassa più di un miliardo di dollari all’anno in giro per il mondo. Può essere questo un modo per rimpiazzare la opinabile importanza della caccia alle balene?

Di sicuro! La pesca non è più nemmeno il comparto economico più importante in Islanda. Il turismo ha superato la pesca e lo ha fatto anche l’alluminio. Quindi il turismo è la più grande parte economica, e il “whale watching” è cruciale per il turismo. Beneficia di più della caccia, che costa di più per gestione, politica, e penso che non si ottenga alcuna popolarità facendo questo.

 

Il governo afferma che è cruciale continuare la caccia per questioni scientifiche, per controllarne la popolazione.

Ovviamente puoi studiarli se li cacci. Ma sono studi che puoi fare anche solo seguendole, guardando cosa mangiano, come viaggiano. È lungo ma è come si dovrebbe fare. Penso dovremmo farlo in modo più pulito.
Nessuno viene qui per mangiare la carne di balena. È una cosa che le persone vedono quando sono qui, ma preferiscono di sicuro osservarle.

Il ministro della pesca Arni Mathiesen ha detto che “l’industria del turismo non può controllare altri settori come quello dell’industria della pesca”. Il 40% dei turisti chiede di mangiare la carne di balena, chiedendo un piatto tradizionale, ma solo il 5% degli islandesi mangia la carne di balena. Di fronte a questi dati potrebbe essere chiaro il fatto che non ha alcun senso cacciarle, se questo vale solo per il turismo. Ed è anche chiaro il fatto che il turismo influenza la pesca, e la pesca influenza il turismo.

Si, sono i turisti che la incoraggiano. Perché gli islandesi ne farebbero a meno anche volentieri. Quindi abbiamo lanciato campagne come “meet us, don’t eat us”. Non è tradizionale. Non ha nessuna importanza storica, anche per come viene presentata nei piatti.

Nella capitale Reykjavik, la più a nord del mondo, sono numerosi i ristoranti che recano orgogliosi la scritta “Whale Friendly”. Come afferma Mària, la percentuale di islandesi che consuma abitualmente carne di balena è molto bassa.

I piatti, inoltre, non sono presentati nella maniera che sarebbe consona ai baschi o ai norvegesi. Detto questo, la storia stessa della balena islandese non può far parte della tradizione. Però, in effetti, se ci pensiamo bene, il termine tradizione può essere molto opinabile. Cos’è tradizionale o cosa non lo è?

Perché il baccalà alla vicentina è tradizionale, se di merluzzo, in Italia, non se ne può trovare? E perché la pasta al pomodoro è il piatto simbolo di questa nazione quando il pomodoro è arrivato grazie al viaggio di Cristoforo Colombo con le tre caravelle alla fine del 1400? La risposta più sempice sarebbe: perché sono piatti di usanza comune da parecchie centinaia di anni. La carne di balena, in Islanda, non lo è.

I pescatori però, parlando della caccia alla balena, si lamentano: “abbiamo solo questo per vivere”.

Anche il ministro della pesca Norvegese, Jan Henry Olsen, sostenendo i pescatori, afferma che non solo il numero di balene è salito drasticamente negli ultimi anni, ma anche che gli ambientalisti si attaccano a ragioni di ordine etico senza alcuna prova scientifica. Oltretutto, la balena è un rischio per la pesca nel Mare del Nord: “divorano tonnellate e tonnellate di aringhe togliendole alle nostre reti”, aggiunge Olsen.

Lo stesso concetto è stato più volte ripreso da Arthur Olafsson. Arthur si occupa del mercato online del pesca della città di Dalvik, nel nord dell’Islanda. Non mi sa dire se è contrario o a favore alla caccia alla balena. “Una cosa è certa: le balene se cacciate senza riguardo rischiano l’estinzione, ma così come rischia l’estinzione qualsiasi altro animale sulla terra. Però bisogna anche pensare che noi pescatori, intrappoliamo nelle reti una gran quantità di pescato ogni giorno. Ossia togliamo cibo alle balene, per questo bisogna pareggiare i conti e ucciderne il giusto”.

Resta il fatto che in Islanda i nativi non consumano la stessa quantità di carne di balena che pensa. La Hvalur, la più grande compagnia islandese di caccia, esporta in Giappone, compiendo giri immensi con le navi.

Una prima tratta, molto rischiosa, è quella che passa sopra l’Europa e sopra la Russia, per giungere in estremo oriente da Nord. Una seconda passava un tempo per il canale di Suez e giungeva in Giappone dall’Oceano Indiano. Tratta che è poi stata deviata per paura di multe o di attentati, e che oggi passa per il Capo di Buona Speranza.

Un altro dato poco sostenibile riguarda la quantità di balena che viene usata. Tutti ricorderanno le proteste di Greenpeace e altre associazioni animaliste e/o ambientaliste, quando furono mandate in onda quelle immagini in cui i pescatori giapponesi imbarcavano squali, dai quali poi tagliavano senza mezzi termini le pinne, per poi ributtare lo squalo, ormai destinato a morire, nell’oceano. Quelle pinne sono un rimedio afrodisiaco (almeno questa è la giustificazione) esportato in Cina.

Come per gli squali, esiste un problema simile per una specie di balena, la balena Minke. È una specie che viene pescata e lavorata direttamente in mare aperto, della quale se ne butta via circa l’80%.

  • La sostenibilità del Whale Watching

È quasi sprecato il paragone tra le due attività in questione, cioè la caccia e il whale watching. Si capisce già solo dal nome come l’attività di osservazione di una balena sia più sostenibile della caccia.

Il “Whale Watching”, inoltre, apporta un maggior numero di introiti economici rispetto alla caccia.

La pratica di osservazione delle balene da parte dei turisti è iniziata tutto nel 1991. Da lì in poi, un successo generale. La probabilità di vedere le balene nel periodo estivo, ossia il periodo in cui l’apporto di turisti è maggiore, è del 90% minimo.

E si parla solo di Reykjavik. Nei paesi nel nord dell’Islanda, dove l’affluenza di turisti è minore, le balene si possono osservare direttamente dalla finestra di casa e la probabilità di vederle saltare durante un’uscita in barca rasentano il 100%. Le imbarcazioni non devono percorrere più di tre minuti di crociera per avvicinarsi a qualche metro dalle balene. Questo fa si che il consumo di carburante sia minimo e i turisti, più di nove volte su dieci, tornino soddisfatti. Il costo è abbastanza alto, circa 7000-8000 Corone islandesi, cioè 45-55 Euro. I bambini non pagano, e questo favorisce di sicuro le famiglie di turisti, che in Islanda viaggiano numerose.

L’IFAW, L’International Fund for Animal Welfare, associazione che si occupa anche della salvaguardia delle balene, ha poi recentemente creato un’applicazione chiamata Whappy, che consente di ricercare ristoranti whale friendly, di trovare basi per il whale watching e che contiene uno spazio istruttivo su delfini e balene. Considerata di cruciale importanza per gli islandesi, prende parte al progetto “Meet us don’t eat us”.

  • €co vs. Eco

Il dibattito sulle balene in Islanda è, come per ogni cosa, sempre aperto.
Da una parte abbiamo chi reclama una dubbia tradizione. Poi ci sono coloro che gridano al mondo il loro diritto di sussistenza: sono le persone che hanno sempre fatto questo di mestiere e che non possono pensare di cambiare ciò che la loro famiglia fa da generazioni.

Poi ci sono quelli che non ritengono giusto cacciare le balene, ma che precisamente non sanno il motivo e, infine, abbiamo gli scienziati, che affermano che le balene (non tutte) sono a rischio estinzione.

Da un punto di vista strettamente utilitaristico, però, una sola cosa è certa: non c’è bisogno di cacciare le balene.

Sia per un fatto economico, perché il whale watching ottiene più introiti ed e meno costoso dal punto di vista ambientale, sia per un fatto umano: le balene piacciono di più vive, sia agli adulti che ai bambini.

Si potrebbe poi pensare che, nell’era del digitale, una cattiva pubblicità possa far male all’industria del turismo, la più importante per l’isola dell’artico. Ma il turista medio guarda alla sicurezza del luogo per decidere una meta, oltre che alle preferenze personali. Non è perciò sensato pensare che la caccia alle balene sia un motivo sufficiente per negarsi un viaggio in una località come l’Islanda, che offre paesaggi mozzafiato e esperienze imperdibili.

Ma ciò non toglie che la caccia alle balene sia un’attività disumana.
Il primo aspetto riguarda, come già detto da Mària, la modalità di uccisione delle balene e al dolore prolungato che esse, pur non esprimendolo, provano per ore.
Nel 1946 un fisico che si recò in una spedizione di caccia alla balena nell’Antartico, descrisse ciò che vide con queste parole: “Se possiamo immaginare un cavallo con due o tre speroni esplosivi nel suo stomaco, trascinato da un carro mentre perde sangue da tutte le parti, allora possiamo avere un’idea di cosa sia il metodo di uccisione moderno. I balenieri stessi ammettono che, se la balena urlasse di dolore, l’industria si fermerebbe perché nessuno sarebbe in grado di sopportare tutto questo”.

Il secondo ha a che fare con la necessità di questo bene in relazione ai danni che procura all’ambiente. Ho già riportato lo scarto elevato che proviene dalla balena Minke che ricorda molto gli “squali giapponesi”. Ma la balenottera minore, che è la specie più cacciata in Islanda e nel mondo, è a rischio estinzione: il suo nome è contenuto nel CITES (Convenzione sul commercio internazionale delle specie in via di estinzione) e non potrebbe quindi essere commercializzata. Nel 2015, il governo islandese ha programmato di cacciare fino a 154 balenottere comuni, ignorando la convenzione insieme a Giappone e Norvegia.

Fino a qualche anno fa, la caccia alla balena era perseguita per “scopi scientifici”. In questo l’Islanda copiò il Giappone nel garantire la pesca dei cetacei solo per esperimenti e controllo della salute della popolazione. Fu provato che era solamente una scusa per portare avanti l’attività. Negli anni successivi, infatti, le nazioni conclusero il loro programma scientifico e tornarono alla caccia per scopi commerciali.

Il terzo punto riguarda proprio questo. Al problema ambientale si lega quello economico. Spesso il guadagno è usato come scusante per giustificare una mancanza di un progetto sul piano ambientale e sostenibile. “Non è possibile” o “non è sostenibile su un piano economico” sono le frasi più gettonate. Ma per quanto concerne l’attività di caccia alla balena, il dato è che il mercato pare essere in piena crisi. In Giappone migliaia di tonnellate di carne sono ferme nelle celle frigorifere perché non si trovano più acquirenti.

Per quanto riguarda l’Islanda, quella “caccia scientifica” (di cui si accennava sopra) costa al governo dell’isola uno sproposito rispetto a ciò che introduce nelle proprie casse. Secondo i dati che sono stati forniti dal “Fiskistofa”, il ministero della pesca islandese, nel periodo 2003- 2007 la “caccia a scopo scientifico” delle balene è costata 400 milioni di ISK (circa 3 milioni di Euro), ovvero 2 milioni di ISK (15000 Euro) per ogni balenottera minore uccisa. A questi vanno aggiunti i 900000 ISK (6500 Euro) di sussidi alle imprese baleniere.

Il mercato è debole. E la caccia costa troppo.

La soluzione più sensata sarebbe di convergere tutte le forze economiche nell’osservazione dei cetacei. Al momento dell’intervista Maria è molto agitata. Una balena è intrappolata in una rete a strascico vagante di Reykjavik: a momenti avrebbero dovuto chiamarla per condurre una spedizione di salvataggio dell’animale. Il lavoro delle persone che si occupano del’osservazione e dello studio non invasivo dei cetacei è molto importante. Produce molti posti di lavoro. Sicuramente più di quelli che il governo islandese aveva predetto per l’industria della caccia alle balene, se questa industria si fosse espansa come previsto.

Nel mese di agosto le imbarcazioni che praticano Whale Watching escono più volte al giorno e sono sempre piene. E il successo è garantito da una probabilità di avvistamento molto alta, e dal costo molto alto, che sembra però non spaventare nessuno (ricordiamo che i bambini salgono gratuitamente). Questo mostra un’ottima immagine dell’industria del Whale Watching, attirando turisti da ogni parte del mondo.

È una soluzione pulita, che può finalmente rimpiazzare un’attività consona solo a un paese sottosviluppato, che ha ormai senso solamente se fatta con intelligenza, cautela e occhio esclusivo per l’ambiente. E anche se non è stato provato non che la caccia alle balene abbia conseguenze nell’immagine e che vada a ricadere negativamente sul turismo medio dell’isola, certamente è meglio non rischiare.

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