La prima stella: l’Italia e il Mondiale del 1934 (seconda parte)

(Per chi non l’avesse ancora letta, qui la prima parte:https://themeatballjournal.com/2015/08/23/la-prima-stella-litalia-e-il-mondiale-del-1934/)

Di Fabio Figiaconi

L’Italia aveva dunque vinto contro la Spagna e si era così guadagnata l’accesso alle semifinali, dove avrebbe trovato il “wunderteam” austriaco, allenato da Hugo Meisl, amico di Pozzo, dal quale aveva appreso il “Metodo”, riadattandolo però ai suoi giocatori e trasformandolo in un sistema meno basato sui lanci lunghi e più sulla costruzione del gioco e sul rapido movimento dei giocatori.

Sotto la sua guida, la nazionale biancorossa negli anni immediatamente precedenti al mondiale aveva ottenuto la striscia record di quattordici risultati utili consecutivi, piegandosi solo in una combattuta amichevole con i maestri inglesi e guadagnandosi così l’appellativo di “squadra delle meraviglie”.

L’Austria, dopo aver battuto due a uno i rivali dell’Ungheria nel suo quarto di finale, era stata spettatrice interessata della ripetizione della sfida tra Spagna e Italia, potendo osservare il gioco dei suoi futuri avversari.

Molte circostanze giocavano a suo favore: tra le altre, il fatto di non aver dovuto affrontare due partite per accedere alle semifinali, e soprattutto il ruolo di favorita alla vittoria che i giornalisti e gli esperti di tutto il mondo quasi unanimemente le attribuivano.

Per quanto riguarda l’Italia, invece, il problema principale che doveva affrontare era messo bene in evidenza dalle parole di Pozzo: rimettere in sesto la squadra e porre in condizioni di ulteriormente lottare uomini passati attraverso una specie di macchina trituratrice.

Così incerottata e malconcia, la squadra azzurra si presentò all’appuntamento del 3 giugno allo stadio di Milano se non con il pronostico di sfavorita, quantomeno con quello di squadra atleticamente più provata.

Un punto a favore dell’Italia era però il recupero dell’attaccante Schiavio, che nel corso della partita diede molti grattacapi ai difensori austriaci.

Quelle che scesero in campo a San Siro il pomeriggio di quella giornata di fine primavera erano tra le migliori squadre della loro epoca, che per di più, come già accennato prima, giocavano con un modulo quasi speculare, con la sostanziale differenza che gli italiani davano la priorità alla fase difensiva, con la fase offensiva affidata a rapide azioni di contropiede, mentre gli austriaci privilegiavano la fase di attacco, con azioni costruite minuziosamente con una fittissima rete di piccoli passaggi.

Questa, però, era la teoria.

Di fatto, invece, nel corso della partita le due squadre sembravano quasi essersi scambiate di maglia, tanto l’Italia costrinse nella propria metà campo gli austriaci con un pressing sostenuto e grandi manovre corali, fatto ancora più incredibile se si pensa in che condizioni fisiche si presentavano gli italiani.

Già nei primi tre minuti di gioco si assistette infatti a ben due grandi azioni del tridente d’attacco azzurro composto da Orsi, Schiavio e Meazza, che non si concretizzarono solo perché, in un caso, a tu per tu con il portiere l’ultimo nostro attaccante scivolò sul terreno fangoso e, nell’altro, perché il disperato intervento di un difensore austriaco negò un gol già fatto.

Al sedicesimo del primo tempo, la svolta decisiva che concretizzò la superiorità italiana mostrata fino a quel momento: tiro potente da posizione defilata di Schiavio, parata del portiere austriaco il quale, però, non riuscì a trattenere il pallone, che rimase a terra. Su di esso si avventò Meazza, inciampando però sul portiere austriaco che stava cercando di recuperare la sfera, la quale rimase perciò ferma in area a qualche centimetro dalla porta, prima del guizzo di Enrique Guaita – ennesimo oriundo, conosciuto in Italia con il soprannome de “il corsaro nero” – che con un tiro di punta, brutto ma efficace, mandò la palla in rete.

Dopo il gol, le squadre cominciarono quasi di comune accordo a prendersi una piccola pausa per riordinare le idee, dando così vita a una serie di sterili azioni da una parte e dall’altra, subito interrotte dalle rispettive difese.

Passata la fase di studio, a emergere fu ancora una volta l’Italia, che riprese a mettere in atto il gioco d’attacco martellante dei primi venti minuti, andando avanti così fino alla fine del primo tempo.

A rigor di logica ci si sarebbe aspettato che, usciti dagli spogliatoi, gli austriaci prendessero in mano il gioco tentando di ribaltare il risultato, quantomeno in virtù della loro maggior freschezza.

Così non avvenne, anzi: stando ai resoconti dell’epoca, il secondo tempo fu, ancora più del primo, un monologo azzurro, con l’Austria schiacciata nella propria metà campo e salvata da un passivo maggiore solo grazie all’eccellente prestazione della sua difesa.

Solo verso la fine della partita un brivido percorse le schiene dei 35 mila spettatori presenti a San Siro: l’attaccante austriaco Zischer, ricevuta la palla da calcio d’angolo, calciò forte e angolato verso la porta difesa da Giampiero Combi. L’allora portiere della Juventus campione d’Italia fu però miracoloso nell’intervento, fermando la palla sulla linea.

Dopo questa ultima emozione, l’arbitro finalmente fischiò tre volte.

Il “wunderteam” era battuto, l’Italia era in finale.

Come era ovvio, visto il clima politico e la retorica del periodo, il giorno dopo i giornali si lasciarono andare a espressioni trionfalistiche, parlando di “vittoria della volontà”, di “fede nella propria forza e nella propria causa” e altri frasi di tale tenore.

L’avversario che gli azzurri avrebbero dovuto affrontare in finale era l’altra favorita dal pronostico, la Cecoslovacchia, che nell’altra semifinale aveva eliminato in scioltezza la Germania con il risultato di 3 a 1.

Ad ogni modo, terminata la sfida con l’Austria, i giocatori italiani, come già avvenuto dopo le precedenti sfide, furono mandati in ritiro a Roveta, un minuscolo paesino vicino Firenze, al fine di provare le tattiche per la finale, recuperare le forze e non farsi distrarre dai clamori della stampa e dall’entusiasmo dei tifosi.

Terminati gli allenamenti, però, visto che in quel villaggio non c’era assolutamente nulla da fare, i calciatori si annoiavano terribilmente, e cercavano così di recarsi nei paesi vicini per trovare un po’ di svago.

Quando Pozzo venne a sapere che i giocatori tentavano la fuga dal ritiro, fece intervenire nientemeno che il già citato fascistissimo presidente della F.I.G.C. Vaccaro, il quale, con un discorso veemente, ordinò ai giocatori di non deconcentrarsi e di rimanere a Roveta.

Bloccati così nel piccolo borgo, i giocatori, per vincere la noia serale, si diedero a interminabili partite di poker, che duravano anche per più ore di seguito.

A rimetterci più di tutti fu il povero Giuseppe Meazza che, stando alle voci di corridoio, in quei giorni perse oltre 25 milioni di lire a causa di una sequela di mani sfortunate.

Intanto a Roma, luogo destinato ad ospitare la finale, l’eccitazione cresceva di ora in ora.

I biglietti per assistere all’incontro nello stadio intitolato al Partito Nazionale Fascista si erano esauriti in pochissimo tempo, quindi le autorità sportive decisero di aggiungere, incastrandole tra i gradoni di cemento delle scalinate, delle panche di legno, in modo tale da aumentare la capienza dell’impianto.

L’entusiasmo per la partita aveva contagiato anche i tifosi cecoslovacchi, che erano giunti nella capitale a migliaia con bus e treni speciali.

Anche nella capitale boema l’attesa era alle stelle, con il municipio di Praga che aveva già deliberato di istituire festeggiamenti per i calciatori e con quasi tutti i caffè e i ristoranti della città che si erano dotati di radio per trasmettere la cronaca dell’incontro.

Il pronostico circa il risultato della partita si presentava difficile, visto il sostanziale equilibrio tra le due formazioni e considerato anche il fatto che, come la storia sportiva insegna, ogni finale fa storia a sé, con l’esito che spesso dipende più da fattori psicologici che di mera tattica o atletismo.

Intervistato a riguardo, l’azzurro Raimundo Orsi, in barba a ogni scaramanzia, il giorno prima della partita dichiarava sorridendo al giornalista: non lo dica a nessuno: scommetterei il collo che vinceremo per tre a zero.

Più dettagliata invece l’analisi di Vittorio Pozzo, che a proposito della reale forza dei cecoslovacchi si esprimeva così: vi è nel valore della Cecoslovacchia un elemento di esperienza, un che di tradizionale, che fa della compagine una combattente delle più pericolose (…). Essa rappresenta per l’Italia un ostacolo più duro, un avversario più difficile, infinitamente più difficile di quanto la massa non creda (…) e che certo non scende in campo per perdere, ma lotterà ad armi pari con gli Azzurri.

Dopo tutte queste analisi restava solo da dare la parola alle squadre.

Nell’assolata domenica del 10 giugno 1934, scesero così finalmente in campo le due formazioni, pronte a darsi battaglia per conquistare la Coppa del Mondo.

La squadra italiana schierava l’undici migliore possibile: Combi in porta, coppia di terzini arretrati composta da Luigi Allemandi ed Eraldo Monzeglio – quest’ultimo in seguito divenne allenatore personale dei figli di Mussolini -, linea mediana composta dal romanista Attilio Ferraris, dalla colonna del centrocampo della Juventus campione d’Italia Luigi Bertolini e da Luis Monti, come mezzali Guaita e Ferrari e nel tridente d’attacco Schiavio, l’oriundo Orsi e Giuseppe “Pepin” Meazza.

Da parte sua la Cecoslovacchia si disponeva con un modulo quasi speculare, con i propri punti di forza nel fenomenale portiere Planicka, nella linea di centrocampo e nell’incontenibile punta Sobotka.

Sugli spalti, intanto, era un tripudio: 60 mila erano gli spettatori accorsi a vedere la partita, con in più anche la tribuna autorità stracolma: si annoveravano, tra gli altri, le principesse Mafalda e Maria di Savoia, l’ambasciatore della Cecoslovacchia a Roma, il Presidente del Senato e il presidente della F.I.F.A. Jules Rimet, oltre naturalmente a Benito Mussolini, con indosso uno sgargiante completo bianco, arrivato strategicamente per ultimo in modo tale da poter godere, lui e lui soltanto, delle ripetute ovazioni della folla.

Giunto il Duce, l’arbitro svedese Eklind richiamò i giocatori al centro del campo e, dopo l’esecuzione dei rispettivi inni nazionali, diede il via alla tanto attesa finale.

Dopo alcuni minuti di studio, si assistette alla prima azione pericolosa da parte dell’Italia: pallone di Schiavio per Guaita che si accentrò e lasciò partire un tiro forte ma centrale, bloccato da Planicka.

Dopo questa, si susseguirono almeno altre cinque o sei azioni di gioco simili degli Azzurri, che nel primo tempo erano sicuramente la squadra più in palla.

Dal trentesimo al quarantesimo minuto, poi, furono ben tre le occasioni clamorose sbagliate dall’Italia, due di Meazza e una di Orsi, con grande disappunto dei tifosi assiepati sulle tribune.

Al quarantunesimo, però, approfittando di una disattenzione difensiva degli italiani, la Cecoslovacchia guadagnò una punizione dal limite, la cui esecuzione terminò sulla traversa.

Da quel momento fino alla fine del tempo, i boemi, rincuorati per essere rientrati in partita, si diedero a un pressing a tutto campo, mettendo l’Italia in un angolo.

Provvidenziale, per gli Azzurri, risuonò quindi il duplice fischio dell’arbitro, che mandò le due squadre negli spogliatoi.

La nazionale aveva molto da rimproverarsi: non era riuscita a concretizzare le molteplici occasioni avute né la superiorità tecnica in mezzo al campo, correndo così spesso a vuoto e sprecando energie preziose.

I cecoslovacchi invece si erano limitati ad aspettare i nostri calciatori in difesa, affidando la risoluzione delle situazioni più complesse al talento di Planicka e risparmiando fiato.

Come da copione, infatti, a entrare in campo con più determinazione fu la squadra “rossa” (dal colore della divisa dei boemi), che riprese il lavoro avviato gli ultimi minuti del primo tempo, dando vita a una serie di attacchi continui.

Gli azzurri, però, dopo una fase di sbandamento iniziale cominciarono timidamente a replicare, spingendosi anche loro nei pressi della porta avversaria e impegnando in più di un’occasione il portiere cecoslovacco, che però vigilava attento davanti alla sua rete.

Al venticinquesimo del secondo tempo, però, quando l’equilibrio in campo sembrava essersi ristabilito, sopraggiunse il colpo inaspettato: palla per Sobotka, che con la coda dell’occhio vide il taglio in area di Puc, lancio preciso per l’ala boema che con un tiro a mezza altezza a dieci metri dalla porta infilò Combi.

Il gol, riportò il cronista della Stampa presente allo stadio, fu accolto dalle acclamazioni dei tifosi cecoslovacchi e dal silenzio della folla, trasecolata.

Si può soltanto immaginare lo stato d’animo dei calciatori italiani presenti in campo in quel momento, sotto di un gol a neanche venti minuti dalla fine in una finale mondiale, nello stadio della capitale e sotto gli occhi di Mussolini e delle più alte autorità del Paese.

Come tramanda la leggenda, poi, alla vigilia dell’incontro i nostri calciatori avrebbero ricevuto dal Duce in persona un telegramma del seguente tenore: Siete padroni del vostro destino. Se vincete, bene, se perdete, che Dio vi aiuti!

Vero o falso che sia tale episodio, la pressione che gravava sulle spalle degli atleti era immensa.

A far tremare ancora di più le gambe dei nostri calciatori e del pubblico sulle tribune ci pensò l’attaccante boemo Nejedly, che al trentaquattresimo lasciò partire un tiro che Combi, con la punta della dita, riuscì a respingere sul palo.

A dieci minuti dalla fine, un gol avversario sarebbe stato quasi certamente il colpo del k.o. per i sogni di gloria italiani.

Ma il destino aveva in serbo ben altri progetti.

Quasi come a svegliarli dallo stato di trance in cui si trovavano, il palo colpito dai cecoslovacchi diede un nuovo vigore agli Azzurri, che si lanciarono all’attacco in massa, quasi non seguendo più alcuno schema, ma andando avanti di puro istinto.

Al trentottesimo, finalmente, avvenne la svolta: palla per Orsi da posizione defilata, l’attaccante azzurro si accentrò e lasciò partire un tiro che venne respinto dalla difesa dei rossi, la palla rimase lì, il più lesto di tutti fu ancora Orsi che si fiondò sulla sfera e lasciò partire un tiro all’angolino che Planicka poté soltanto sfiorare.

Sulle tribune, sempre secondo il cronista della Stampa, il tripudio fu impressionante.

Rimesso il risultato in parità, le due compagini si trascinarono stancamente fino alla fine dei tempi regolamentari, troppo provate per attaccare e troppo timorose di prendere gol a pochissimi minuti dal novantesimo.

Fischiata così la fine dei tempi regolamentari, l’arbitro concesse qualche minuto alle due squadre per riposarsi prima dei due tempi di recupero.

La situazione era equilibrata come non mai, con le due formazioni che avevano dominato la partita a fasi alterne e che avevano corso in modo quasi pari.

Ad ogni modo, rimessa la palla al centro e richiamati i giocatori, lo svedese Eklind fischiò l’inizio del primo tempo supplementare.

Dopo due azioni di poco conto, una da parte degli Azzurri e una dei Rossi, ecco l’azione tanto attesa, il momento decisivo in grado di ribaltare gli equilibri dell’incontro: Guaita, ricevuta palla sulla trequarti, avanzò palla al piede fino al limite dell’area boema, dove fu colpito duro in maniera irregolare da un difensore.

Nonostante il fallo non sanzionato dall’arbitro, d’istinto riuscì a pescare Schiavio che stazionava in agguato all’altezza del dischetto del rigore: l’attaccante italiano, ricevuta palla, riuscì a girarsi e a lasciar partire una tiro secco e preciso che si insaccò alle spalle del portiere cecoslovacco.

Sulle gradinate si scatenò il finimondo, e si può credere che anche gli azzurri in campo tirarono un grande sospiro di sollievo, considerando come si erano messe le cose appena mezz’ora prima.

A quel punto i cecoslovacchi, che forse si aspettavano un crollo atletico dell’Italia, rimasero frastornati e non riuscirono più a condurre attacchi corali verso la porta difesa da Combi, ma diedero vita solo sterili iniziative personali.

Per tutto il secondo tempo supplementare, anzi, furono gli italiani a spingere ancora verso l’area avversaria, sovrastando i boemi e chiudendo la partita nella metà campo dei Rossi.

Al centoventesimo, infine, i tre fischi tanto attesi: la nazionale italiana era, per la prima volta nella sua storia, campione del mondo.

Gli atleti, sfiniti ma felici, dopo brevi festeggiamenti si portarono al centro del campo per assistere alla cerimonia dell’alzabandiera: sul pennone più alto venne issato il Tricolore, seguito dalla bandiera cecoslovacca e dal vessillo della Germania, giunta terza.

Subito dopo, i capitani delle tre nazionali salirono in tribuna, dove resero omaggio a Mussolini e dove Giampiero Combi sollevò al cielo di Roma il trofeo mondiale.

Per concludere il racconto delle avventure e dei protagonisti del primo trionfo azzurro, non c’è cosa più giusta che lasciare l’ultima parola all’architetto di questo trionfo, Vittorio Pozzo, che con la dichiarazione rilasciata alla stampa dopo la vittoria sintetizzò egregiamente cosa significò per gli atleti italiani la vittoria: dal punto di vista passionale il campionato del mondo non poteva avere epilogo più degno: fu una specie di apoteosi di gioco del calcio (…). Si dica quello che si vuole: nessuna cosa supera al mondo la soddisfazione del dovere compiuto con coscienza, con fede, con caparbia se necessario, con studio, con prudenza, con successo. È una soddisfazione profonda, intima, che compensa di tutto.

(in copertina: gli atleti Azzurri campioni del mondo nel 1934)

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